L’Europa sta invecchiando. Che fare?

Nel 2060 per ogni cittadino europeo in età lavorativa (15-64 anni) ce ne saranno 2 over 65. Lo dice Eurobarometro, che dal 1973 elabora le statistiche a livello continentale. C’è anche questo dato sensazionale alla base della decisione del Parlamento Europeo e del Consiglio dell’Unione Europea di proclamare il 2012 “Anno europeo dell’invecchiamento attivo e della solidarietà tra le generazioni”. L’obiettivo è sensibilizzare i governanti, la società civile, il mondo imprenditoriale sul contributo che gli anziani possono dare alla società e promuovere misure che consentano loro di rimanere cittadini attivi. Già dalla sua risoluzione del 22 febbraio 2007 il Consiglio Europeo sottolineava la necessità che queste persone restino attive il più a lungo possibile, anche per il contributo che possono dare all’economia e alla società. Segnalava inoltre che rispondere alla crescente domanda di beni e servizi da parte di questa quota della popolazione può creare posti di lavoro e dare un contributo alla crescita dell’economia europea. È la cosiddetta “economia d’argento”. Nel proclamare il 2012 l’Anno europeo dell’invecchiamento attivo, la Comunità Europea affronta in particolare tre filoni d’indagine. Il primo è il mondo del lavoro. Per incoraggiare i lavoratori anziani a rimanervi più a lungo, in primo luogo, la Comunità evidenzia la necessità di migliorare le condizioni di lavoro e un conseguente maggior adattamento allo stato di salute e ai bisogni degli anziani. È poi necessario aggiornare le loro abilità grazie a un migliore accesso all’apprendimento permanente, non ché riesaminare i sistemi fiscali per assicurare che vi siano incentivi reali a lavorare più a lungo. Il secondo tema affrontato dalla Comunità è come consentire agli anziani di contribuire alla società facendo volontariato oppure occupandosi della famiglia, così da evitare l’isolamento sociale e molti dei problemi e rischi che l’accompagnano. Infine la Comunità Europea pone il focus sull’importanza di promuovere la medicina preventiva e l’adozione di stili di vita sani, nonché rendere gli edifici pubblici, i trasporti, le abitazioni maggiormente favorevoli per gli anziani, in modo da consentire loro di essere il più possibile autonomi. Tutti questi propositi enunciati a Bruxelles dovranno essere tradotti in azioni concrete in tutto il continente, ma cosa pensano gli europei a riguardo? È sempre un’indagine di Eurobarometro a dirci che il 71% dei cittadini europei è consapevole che la popolazione del continente sta invecchiando, ma soltanto il 42% dei cittadini si dice preoccupato da tale prospettiva. Più del 60% ritiene che dovrebbe essere consentito lavorare anche dopo l’età pensionabile e un terzo afferma che personalmente desidererebbe farlo più a lungo. Giovinezza e vecchiaia sono, però, concetti che variano a seconda della latitudine. A Malta, in Portogallo e in Svezia le persone con meno di 37 anni sono considerate giovani, mentre a Cipro e in Grecia si è ritenuti giovani fino ai 50 anni d’età. In media i cittadini europei ritengono che si inizi a essere considerati vecchi poco prima dei 64 anni e non si sia più considerati giovani a partire dai 42. Le percezioni variano inoltre a seconda del genere: le don – ne ritengono che la vecchiaia inizi un po’ più tardi rispetto a quel che pensano gli uomini (65 anni contro 62,7). Il panorama italiano non è molto diverso da quello europeo. L’Istat ci informa che l’aspettativa di vita dei nostri connazionali continua ad aumentare: per gli uomini oggi sfiora gli ottant’anni (79,2) e per le donne gli 85 (84,4), con un guadagno rispettivamente di circa nove e sette anni in confronto a trent’anni fa. Sempre in crescita è anche l’indice di vecchiaia – il rapporto percentuale tra la popolazione ultrasessantacinquenne e la popolazione fino a 14 anni – che è passato da 111,6 nel 1995 a 144,5 nel 2011. Per il futuro si prevede che il numero complessivo degli anziani residenti in Italia continuerà a crescere: gli ultra 65enni oggi sono il 20,3% del totale, saranno circa il 33% nel 2056. Di conseguenza calerà anche la popolazione in età lavorativa (15- 64 anni) che passerà dall’attuale 65,7% al 54,7% nel 2065. Questo impatterà profondamente su quello che viene chiamato “indice di dipendenza degli anziani”, ovvero il rapporto tra la popolazione di 65 anni e oltre e la popolazione in età attiva (15-64 anni). Questo indice è oggi pari al 30,9%; crescerà fino al 59,7% nel 2065 (dati Istat, Il futuro demografico del Paese. Previsioni regionali della popolazione residente al 2065). La popolazione italiana, come quella europea, nei prossimi anni continuerà dunque a invecchiare e il saldo potrebbe essere addirittura più pesante se non fosse per il continuo apporto di immigrati, principalmente dall’Europa orientale, dall’Africa e dall’Asia. L’Istat prevede che gli immigrati regolari residenti nel nostro Paese – oggi 4,6 milioni di persone – saranno 14,1 milioni nel 2065 e che l’incidenza sul totale della popolazione passerà dall’attuale 7,5% al 24%. Sarà solo grazie a questo apporto di forza lavoro “giovane” e dei figli di stranieri nati in Italia che si eviterà una ulteriore impennata dell’“indice di dipendenza degli anziani” in Italia.

 

Le Fondazioni rispondono

È all’interno dello scenario descritto nell’articolo a fianco che si inserisce l’intervento delle Fondazioni di origine bancaria in favore del miglioramento della qualità della vita degli anziani. Le Fondazioni intervengono cercando di contribuire a dare risposte nuove a problemi consolidati, procedendo principalmente lungo due vie. Da un lato, sostengono progetti di assistenza e cure domiciliari che permettono agli anziani autosufficienti di rimanere il più al lungo possibile nelle loro case, immersi nel proprio microcosmo fatto di affetti e di amicizie. Dall’altro offrono agli anziani residenze dignitose e accoglienti, quando non possono più rimanere in casa. In questo caso le Fondazioni pongono particolare attenzione a che il nuovo contesto sia a misura dell’anziano non solo in termini di servizi, ma anche di possibilità relazionale. Passando a qualche esempio concreto, la Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo ha promosso e sostenuto l’avvio di un progetto sperimentale di domiciliarità per anziani denominato “Veniamo a trovarvi. Per far star meglio a casa gli anziani soli”, per farli rimanere quanto più a lungo possibile presso il proprio domicilio senza sentirsi abbandonati. L’iniziativa, che arricchisce di nuovi elementi i servizi offerti dalla Casa Don Dalmasso, partner del progetto, oltre a incrementare l’offerta di mensa a pranzo e a cena, di pasti a domicilio, di bagno protetto e di animazione diurna, prevede il coinvolgimento di una nuova figura di operatore, il cosiddetto “visitatore itinerante”, che visita periodicamente gli anziani soli, offrendo loro non solo un sostegno affettivo, ma anche, e soprattutto, una vigilanza continua sui loro bisogni e le loro criticità. L’obiettivo è infatti prevenire situazioni di rischio anche in termini di prevenzione sanitaria. Lo stanziamento della Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo è stato di oltre 150mila euro. Dal 2011 il progetto si autosostiene con le quote degli assistiti.“Itaca” è un’iniziativa lanciata nel 2004 dalla Fondazione Cassa di Risparmio di San Miniato per offrire assistenza domiciliare ad anziani non autosufficienti e alle loro famiglie, in modo da favorire, pur in situazione di grave disabilità, la permanenza dell’anziano nel proprio contesto familiare e sociale, preservandone l’individualità, le relazioni e gli affetti. Dopo un periodo di stretta collaborazione con la Regione Toscana e la Società della Salute Locale, l’esperienza di Itaca si è andata a inserire nelle politiche di offerta dei servizi pubblici del Val d’Arno Inferiore, confermando appieno quel ruolo di sperimentatori di servizi innovativi che le Fondazioni spesso hanno nelle loro comunità, dove cercano di mettere a disposizione della pubblica amministrazione format il cui successo sia già stato sperimentato. Dunque risultato pienamente raggiunto riguardo a Itaca, che aveva – e ha tuttora – l’obiettivo di promuovere la crescita delle reti sociali informali (familiari, amicali, di vicinato, di volontariato) a sostegno dell’anziano, valorizzando il contesto sociale di appartenenza e al contempo di formare operatori qualificati per l’assistenza domiciliare (cooperatori familiari) in modo da garantire agli anziani servizi di cura e assistenza domestica di alto livello. L’iniziativa, alla quale la Fondazione ha devoluto complessivamente circa 1,5 milioni di euro, ha coinvolto oltre 200 famiglie di anziani non autosufficienti, creando 40 nuovi posti di lavoro per personale qualificato; i centri di socializzazione ospitano circa 50 persone ogni giorno. Anche sul versante della messa a disposizione di residenze adeguate gli esempi sono molti. A Tortona la locale Fondazione ha inaugurato nel 2010 una “residenza integrata” di 120 posti, completamente immersa nel verde e dotata di tutti i comfort e degli spazi per la socialità: le stanze sono a uno o, al massimo due posti letto, con bagno interno, e tutte con vista panoramica. Gli interni sono stati decorati con materiali di qualità e colori adatti a garantire un elevato “comfort” visivo. La struttura comprende ampie zone di soggiorno e aree verdi facilmente raggiungibili. Ci sono inoltre diversi locali per le attività di vita collettiva, quali: palestre, barbiere/parrucchiera, locale per il culto, biblioteca e sala musica. L’intervento è costato oltre 14 milioni di euro. A Genova, la Fondazione Carige ha dato vita a un’innovativa residenza per anziani nel centro storico della città: la struttura ospita una decina di anziani autosufficienti ma non più in grado di pagare l’affitto. A gestire il centro è la Comunità di Sant’Egidio – partner della Fondazione Carige nel progetto – che paga un canone d’affitto di mille euro al mese, decisamente inferiore ai prezzi di mercato. A questa somma partecipano, in percentuali legate alle loro possibilità, anche gli stessi ospiti. Questi ultimi sono tutti anziani che già abitavano nel centro storico e grazie a questa residenza protetta di “nuova generazione” non solo vengono mantenuti nelle loro zone di residenza, conservando il radicamento e le abitudini di una vita, ma sono anche accolti in un contesto di tipo familiare. Infine, è da ricordare un bando pilota della Fondazione Cariplo indetto per sostenere con 2 milioni di euro la sperimentazione di formule innovative a sostegno degli anziani della Lombardia e delle loro famiglie. Il bando si è chiuso nelle scorse settimane e negli uffici di via Manin stanno vagliando le proposte pervenute. 

da “Fondazioni” marzo-aprile 2012