2030, aree metropolitane più deboli

Se Torino piange Roma non ride, e neanche tante altre aree metropolitane del nostro Paese, che si conferma indebolito dal prolungato periodo di crisi, con un’ulteriore accentuazione delle tradizionali differenze tra le macroaree settentrionali e quelle meridionali. Questo in due parole il senso di quanto emerge dal Quinto Rapporto elaborato da Sinloc, e sostenuto da diverse Fondazioni di origine bancaria e dalla Bei, sulla Competitività delle Aree Urbane in termini di quadro proiettivo circa lo stato delle principali città italiane al 2030. Roma, Bologna e Firenze saranno in “declino”; Venezia e Genova in “condizione neutra”; Torino, Bari, Napoli, Cagliari e Palermo in vera e propria “debolezza strutturale”; Milano, pur fra le più competitive, rischierà la marcia indietro.

Mentre si conferma la complessiva tenuta dei territori di media dimensione con una popolazione totale non superiore agli 800mila abitanti e localizzati in gran parte nell’Italia nord-orientale: i più resilienti alle difficoltà indotte dalla crisi economica. Non si tratta, però, di dati certi sul futuro, ma solo di indicazioni – peraltro utilissime – che dovrebbero stimolare riflessioni sugli scenari di mediolungo termine e sulle possibili scelte politiche nazionali, e soprattutto locali, da adottare. «La crisi degli ultimi anni ha reso ancora più evidenti le fragilità del Paese e portato al generale declassamento dell’Italia come meta di opportunità – dichiara Antonio Rigon, amministratore delegato di Sinloc –.

Non esistono soluzioni vincenti, ma le aree urbane sono sistemi complessi che necessitano di un mix equilibrato di risorse finanziarie, capitale umano, amministrazioni pubbliche efficienti e capacità di attivazione dei differenti stakeholder del territorio». Oltre a una chiara lettura della situazione generale, il Rapporto offre una base dati di dettaglio estremamente ricca, che lo rende uno strumento decisionale per la definizione delle priorità d’azione, in grado di offrire spunti per la programmazione di interventi strutturali a favore della competitività locale sui temi demografici, economico-sociali, immobiliari, ambientali, infrastrutturali-urbanistici e socio-territoriali: quasi indispensabile per le realtà istituzionali, pubbliche e private, e fra queste le Fondazioni, che hanno la responsabilità delle scelte strategiche per il futuro e che oggi sono spesso chiamate a prendere decisioni legate alle difficili situazioni contingenti.

Dal Rapporto emerge che il processo di invecchiamento della popolazione è rafforzato da flussi migratori in calo e da un processo di denatalità che ha raggiunto punte di minimo mai registrate in precedenza. A gravare su alcune aree c’è anche il basso tasso di natalità/fecondità con un maggior numero di donne senza figli, soprattutto nelle aree insulari e del mezzogiorno. La spirale negativa indotta dalla crisi economica si ripercuote sul mercato del lavoro – spesso colpendo in modo prolungato le fasce più giovani della popolazione – con un calo dei redditi e un’inevitabile caduta della domanda interna.

Si tratta dunque di circoli viziosi che toccano sia la dimensione demografica, sia la dimensione socio-economica e che, auto-alimentandosi, appaiono difficili da interrompere. Eppure, è solo dalle città che un paese con la tradizione dell’Italia può pensare di ripartire per un futuro più creativo e dinamico; è da lì, soprattutto, che passa la possibilità di far interagire positivamente sapere e tecnologia, patrimonio culturale, imprenditorialità, solidarietà.

da “Fondazioni” marzo-aprile 2015