Cresce il secondo welfare al Nord più che al Sud

Nel quadro delle politiche di sostegno al welfare è sempre più auspicabile la costruzione di un sistema multipilastro. Il welfare state italiano, infatti, si trova oggi soggetto a due grandi pressioni che condizionano l’efficacia delle sue azioni. Da un lato, i vincoli di bilancio introdotti per ridimensionare la spesa pubblica sono andati inevitabilmente a incidere sugli interventi di carattere sociale, determinando un calo della quantità e della qualità delle prestazioni di welfare. Dall’altro, la rapida trasformazione della struttura dei bisogni ha fatto emergere le crescenti difficoltà dell’attore pubblico nel dare risposta ai cosiddetti “nuovi rischi” (precarietà lavorativa, aumento delle necessità di cura per anziani e non autosufficienti, conciliazione vita-lavoro) e alle nuove forme di povertà emergenti, come quella educativa e alimentare (sono 5 milioni e mezzo gli italiani in condizioni di povertà alimentare). Ottima è, dunque, la notizia di questi giorni che la Legge di stabilità per il 2016 amplia il paniere di prestazioni di welfare aziendale esentasse. Oltre, cioè, alle somme erogate dai datori di lavoro ad addetti e famigliari per servizi di istruzione, salute, mensa e assistenza a disabili, è stata confermata espressamente anche la non tassabilità delle erogazioni concesse «volontariamente» dall’impresa e di quelle rese «in conformità di contratti, accordi o regolamenti aziendali». Il Governo ha, così, nuovamente modificato l’articolo 51 del Tuir (il Testo unico delle imposte sui redditi) ampliando le somme e i valori che non concorrono a determinare il reddito di lavoro dipendente, con l’obiettivo di valorizzare la contrattazione aziendale sul fronte dei servizi di welfare, favorendoli anche nelle imprese medio-piccole. Il Rapporto sul Secondo Welfare in Italia, edizione 2015, uscito a cura di Franca Maino e Maurizio Ferrera per il Centro Einaudi, e realizzato con il sostegno anche di alcune Fondazioni (Cariplo, Cariparo, CrC, Con il Sud e Com pagnia di San Paolo), conferma che nel nostro Paese il secondo welfare si sta già consolidando. Nell’ultimo biennio, molte iniziative di secondo welfare nate come esperimenti o progetti pilota si sono stabilizzate, i principali attori hanno ribadito e in molti casi rafforzato il proprio impegno, il flusso di risorse non pubbliche si è fatto più regolare e affidabile. Il welfare negoziale (nelle sue varie forme: aziendale, interaziendale, territoriale) coinvolge ormai il 21,7% delle imprese italiane (il 31,3% se si considera anche la contrattazione individuale); e il settore non profit – per molti aspetti “cuore” del secondo welfare – ha dato anch’esso segni di grande vitalità. Al termine del 2011 le organizzazioni non profit attive in Italia risultavano essere oltre 300mila, il 28% in più rispetto al 2001, con una crescita del personale dipendente pari al 39,4%. Compresi i volontari, il settore coinvolge più di 5,7 milioni di persone e il totale delle entrate di bilancio delle istituzioni non profit è pari a 64 miliardi di euro (dato 2014).

Andando ad approfondire, si vede che un notevole consolidamento del secondo welfare si è verificato nel campo della sanità. Risultano operative ormai più di 100 società di mutuo soccorso che si occupano di prestazioni socio-sanitarie e sono circa un milione gli italiani che hanno oggi una copertura integrativa grazie all’iscrizione a una società di mutuo soccorso. Sono poi circa un milione e mezzo le famiglie direttamente coperte da una polizza malattia, a cui vanno aggiunti quasi 3 milioni di soggetti aderenti a fondi integrativi convenzionati con un’impresa assicuratrice. Un fenomeno nuovo è, invece, la crescita delle piattaforme di crowdfunding. Nel maggio 2014 si contavano 54 piattaforme, di cui 41 attive e 13 in fase di lancio, con un incremento del 30% in soli sette mesi. I progetti ospitati sulle piattaforme italiane sono oltre 50mila, di cui in media circa il 35% viene realmente finanziato; il valore complessivo dei progetti finanziati supera i 30 milioni di euro. Avviato nel maggio 2011 con l’obiettivo di ampliare il dibattito sulle trasformazioni dello Stato sociale in Italia, il progetto “Percorsi di secondo welfare”, di cui il Rapporto è l’espressione tangibile, guarda alle misure e alle iniziative di secondo welfare realizzate attraverso l’uso di risorse non pubbliche provenienti da imprese, fondazioni, associazioni e altri enti del terzo settore. Quest’anno, oltre ad affondi su argomenti già toccati nell’edizione 2013 – come welfare aziendale, filantropia comunitaria e Reti di Conciliazione – esso affronta temi complessi quali la bilateralità e la mutualità, lo sviluppo della finanza sociale, il contrasto alla povertà nelle sue diverse sfaccettature, la strutturazione di risposte innovative ai bisogni grazie a strumenti ad hoc sul fronte della domanda, l’evoluzione delle misure di sostegno all’occupazione giovanile. Attraverso diversi casi studio, infine, fotografa fenomeni di rilievo quali l’organizzazione dei servizi per l’infanzia a livello locale e la progettazione di risposte strutturate per la cura degli anziani.

Nonostante le innegabili realizzazioni, conclude il Rapporto, nel secondo welfare rimangono tuttavia alcune zone d’ombra: l’eterogeneità, la frammentazione, la diffusione a macchia di leopardo degli interventi, le forti disparità fra Nord e Sud, esacerbate dalla crisi, oltre all’emergere di nuove criticità: gli ostacoli normativi contro cui si scontra l’attivismo del secondo welfare; la ancora troppo scarsa consapevolezza del suo potenziale quale motore di crescita; il modesto investimento sulla comunicazione. Per promuovere la crescita ulteriore del secondo welfare – suggerisce il Rapporto – è necessario elaborare una strategia che rafforzi i suoi volani interni ed esterni. Fra i volani interni, di particolare importanza sono: l’espansione e l’articolazione degli strumenti di finanza sociale, che canalizzino risorse verso gli attori e le iniziative di secondo welfare; la messa a punto di canali e veicoli per l’estensione delle “reti” e la diffusione di conoscenze e buone pratiche all’interno di tutto il territorio nazionale. Fra i volani esterni, è necessario realizzare una serie di riforme che aprano spazi e incentivino le partnership fra pubblico, privato e terzo settore, da un lato, e facilitino lo sviluppo del welfare integrativo e assicurativo dall’altro lato. Dunque: riforma del terzo settore, introduzione del voucher universale per i servizi alla persona, realizzazione di un fisco pro-welfare, introduzione del reddito minimo garantito, attuazione del Jobs Act per quanto riguarda le politiche dell’impiego e di conciliazione vita personale-lavoro.

 

 

da “Fondazioni” novembre-dicembre 2015