La seduzione dell’antico attraversa il Novecento

Cosa c’è di antico nel moderno quando l’arte lo rilegge? Quali gli elementi di continuità nel tempo? Senz’altro l’effetto di una seduzione. La mostra in corso al Mar – Museo d’Arte della città di Ravenna, che attraversa l’intera storia artistica del Novecento, testimonia la ripresa in questo secolo della tradizione in una restituzione moderna di modelli e valori dell’antico, espressa talora attraverso la citazione esplicita, o in forma evocativa o come pretesto per una rilettura inedita di opere e figure mitizzate del passato, talaltra tramite la loro riproposta in veste di icone contemporanee, fino alle operazioni ironiche o dissacratorie condotte da alcuni artisti.

Aperta al pubblico fino al 26 giugno e realizzata con il fondamentale sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Ravenna, la mostra dal titolo “La seduzione dell’antico. Da Picasso a Duchamp, da De Chirico a Pistoletto” narra quanto sia rimasto ininterrotto il richiamo all’“antico” lungo tutto quest’arco di tempo, illustrandolo con oltre 130 opere di grandi protagonisti e di alcuni outsider particolarmente significativi, oltre a un video di Bill Viola.

Così troviamo esposte opere notissime come “Il figliol prodigo” di Martini, “Il vecchio e il nuovo mondo” di Savinio, “Composizione metafisica” di De Chirico, “Bagnanti” di Carrà, “Maternità” di Severini. Con esse si comprende bene come il tema della seduzione dell’antico non alluda a un recupero di temi o forme del passato in chiave nostalgica, ma si riferisca piuttosto a un’inconsapevole o deliberata rielaborazione di forme classiche che si trasformano in temi nuovi e “originali”. Ma, fra gli altri, ci sono anche lavori di Morandi, Derain, Leoncillo e Sciltian, piuttosto che di Utrillo, Gnoli, Capograssi e Picasso, di Dalì, Mitoraj, Christo, Jodice e Salvo, di Klein, Guttuso, Schifano,Ceroli, Festa, Angeli e Adami, di Man Ray, Moreni, Baj, Ontani, Paladino ed Andy Warhol. La mostra si divide in sette sezioni ed è stata curata da Claudio Spadoni.

Quel non so che di antico e di moderno...” scriveva Carlo Carrà dopo la stagione futurista e la sua adesione alla metafisica, in un tempo in cui – il 1919 – egli era ormai rivolto a un ripensamento del passato già avviato in due saggi, “Parlata su Giotto” e “Paolo Uccello costruttore”. Un pensiero, quello di Carrà, che ormai andava diffondendosi anche oltre i confini, dopo le “avventurose” sortite delle avanguardie che avevano segnato il primo Novecento fino alla Grande Guerra.

Se la fase delle avanguardie storiche non poteva ancora dirsi conclusa, fino all’entrata in scena del Surrealismo (con il manifesto del 1924) il clima storico era profondamente mutato, come testimoniano i cambiamenti di rotta di diversi protagonisti di quelle stesse avanguardie, rilevabili nel “Novecento italiano” di Margherita Sarfatti e più estesamente con il diffuso “ritorno all’ordine” che coinvolse molti artisti europei. Ma, come evidenzia l’esposizione al Mar, il richiamo dell’antico resta insopprimibile anche nella seconda parte del secolo, dalle neoavanguardie alla stagione del “postmoderno”, che segna la irreversibile usura del loro mito.

 

da “Fondazioni” marzo-aprile 2016