Natura in arte nella Cappella Sistina

La Cappella Sistina è luogo di grandi liturgie della Chiesa Cattolica. Lì si eleggono i Papi, su ispirazione dello Spirito Santo. Lì l’arte trionfa magnifica negli affreschi del Buonarroti e di quell’eccelsa schiera di artisti che l’accompagnano in quest’antologia di stupefacente pittura, realizzata tra la seconda metà del Quattrocento e la prima metà del Cinquecento. Come inserire nuovi elementi in tanto splendore e grandezza, eppur necessari a dare compimento alla contemporanea liturgia?

Vittorio Sgarbi affronta il tema nell’intervento “Natura in arte nella Cappella Sistina”, che riprendiamo nel testo a seguire dal volume “Il Tuo volto io cerco” della Fondazione Pescarabruzzo. È stato pubblicato nel dicembre scorso per celebrare e raccontare la realizzazione del prezioso dono da parte della Fondazione per quella che fu la cappella di Papa Sisto IV: un Ambone in argento e alabastro, opera dello scultore e cesellatore Maestro Alberto Cicerone, che si è aggiunto al Fonte battesimale e al Candelabro per il cero pasquale, anch’essi frutto del lavoro del Maestro, con la consulenza teologica del reverendo professor Salvatore Vitiello.

Il primo elemento del progetto artistico è stato il Fonte battesimale, realizzato nel 2012, seguito l’anno successivo dal Candelabro. L’11 gennaio 2015 Papa Francesco ha celebrato dall’Ambone, fino ad allora assente negli oltre cinquecento anni di storia della Cappella Sistina. «Possiamo orgogliosamente affermare di aver contribuito a dotare il cuore della cristianità di un elemento liturgico e artistico essenziale » afferma il professor Nicola Mattoscio, presidente della Fondazione Pescarabruzzo. «Consapevole delle vette spirituali e artistiche con cui si misura, l’opera del Maestro Cicerone ha la forza di accogliere e riflettere con splendida luce la inimitabile meraviglia della pittura circostante e la eterna e irresistibile forza del dialogo con la dimensione divina» conclude Mattoscio nella sua prefazione al volume.

Dalla presentazione
di Vittorio Sgarbi

Ci si chiede da anni se sia lecito intervenire con nuovi segni in un’area storicamente già definita. Il problema si pone nelle nostre città per i cosiddetti “arredi urbani”, negli spazi antistanti le chiese e persino sulle facciate…

Diverso, ma non meno difficile, il tema dell’inserimento negli interni, assai frequente e chiesto dalle nuove necessità liturgiche, soprattutto rispetto alla funzione essenziale della Santa Messa che attribuisce il ruolo centrale alla mensa. E vengono così distrutti altari, balaustre, tabernacoli senza neppure il beneficio di una semplificazione. L’accanimento, oltre che nei nuovi altari, è negli amboni, nei quali si libera ogni capriccio. Che dire allora dell’intrusione di un fonte battesimale, di un ambone e di un candelabro per il cero pasquale all’interno dello spazio più solenne della cristianità?

Immaginare nuovi arredi per la Cappella Sistina è di indicibile audacia. E intanto soccorre la dottrina di un teologo, Salvatore Vitiello, che garantisce motivazioni e giustificazioni iconografiche. Così il primo scoglio è superato nella ricca e insieme semplice elaborazione dell’ambone, una lastra di alabastro rivestita da una fitta decorazione d’argento a motivi vegetali. Le forme lineari si armonizzano con il grande spazio, senza contraddizioni e dissonanze. Per quello che riguarda il Cero pasquale, l’elaborazione consiste in un semplice supporto floreale che funge da candelabro in un intreccio di corolle e steli che determinano un forte basamento di fragile apparenza. È il preludio all’invenzione più originale: il Fonte battesimale, immaginato con un ulivo di folta chioma che cresce su una roccia.

L’invenzione di Alberto Cicerone è ambiziosa e insieme timida. La fusione traduce pietre, pianta, foglie e frutti in una assoluta mimesi. Natura e arte si confondono. Possiamo immaginare che, ai piedi del Giudizio Universale di Michelangelo, sia posta una pianta, un ulivo con tutti i significati simbolici che rimandano al giardino degli ulivi, alla sacralità della presenza del Cristo, alla natura creata da Dio. La pianta è ornamento e, nel contesto architettonico, si esclude da ciò che è stabile nella sua transitorietà. Ma insieme l’ulivo ha radici nella roccia e prospetta una sua possibile stabilità. Se poi la pianta si trasforma in scultura, moltiplica la sua alterità, ma limita il suo impatto ambientale.

La pianta radicata nella pietra si costituisce a supporto della sfera nella quale è posta la vasca battesimale, un’idea semplice e fertile di simbologie. Cicerone, di fronte alla difficile prova, si è posto come chi non vuole sconvolgere l’ordine chiuso e definitivo della Cappella Sistina. E ha dunque accentuato la provvisorietà dei tre elementi, che non hanno fondamento strutturale, ma manifestano la loro presenza a tempo indeterminato. Un cero e una pianta posti nello spazio come un’offerta devota. L’intuizione è proprio in questa ontologica provvisorietà che restituisce l’opera dell’uomo alla natura che l’ha ispirata. Non c’era via d’uscita, in un confronto così difficile, e perfino impossibile, e occorreva prevenire e arrestare le inevitabili critiche determinate dall’ardimento dell’impresa. La Cappella Sistina resta nella sua identità. E le funzioni dell’Ambone, del Cero e del Fonte battesimale sono garantite, senza imporsi stabilmente, unendo necessità funzionali a una singolare estetica della natura. L’intelligenza della soluzione è lampante, e ci consente di osservarla senza turbamento e con compiacimento. Cicerone ha osato affrontare una sfida insuperabile e l’ha superata con l’ingegno di chi preferisce nascondersi che eccedere. Così ha ridotto l’impatto degli elementi di arredo liturgico all’essenziale, a forme primarie, facendoli coincidere con la realtà della natura. Una intuizione che nasconde l’artista nel momento in cui lo rivela.

“Fondazioni” marzo-aprile 2016