Banche: saper cambiare senza perdere la propria identità

In una giornata di forti fibrillazioni sui mercati finanziari, con lo spread a 268 punti base e la Borsa italiana in caduta libera per l’andamento dei titoli bancari, venerdì 8 giugno si è svolta la tavola rotonda dedicata alle Banche nell’ambito dei lavori del XXIV Congresso Nazionale. Di spread, di quantitative easing e di stabilità dell’azionariato bancario si è, dunque, molto parlato a parma, al di là del tema specifico in agenda, “Identità e Cambiamento”.

Intorno al tavolo, coordinati da Alessandro Plateroti, vicedirettore del Sole 24 ore: Gerhard Brandstätter, vicepresidente di Acri e presidente della Cassa di Risparmio di Bolzano Spa, che ha rivendicato il ruolo positivo di azionista stabile delle Fondazioni nelle banche; Giuseppe Morbidelli, presidente della Banca CR Firenze; Antonio Patuelli, presidente dell’Abi e della Cassa di Ravenna Spa; Salvatore Rossi, direttore generale della Banca d’Italia; Camillo Venesio, amministratore delegato della Banca del Piemonte.

«C’è l’idea che l’aumento dello spread sia una cosa demoniaca e misteriosa, manovrata da pochi speculatori – ha tenuto a spiegare Salvatore Rossi dal palco del Congresso Acri –. Non è così, perché alla base ci sono le coperture. Il suo aumento nasce dalla percezione del rischio, da parte di chi gestisce i risparmi, di un evento estremo, come l’abbandono dell’Unione Europea o dell’euro da parte di un paese come l’Italia o di più paesi. I gestori a cui sono affidati i nostri risparmi, di fronte a questo rischio, si coprono vendendo i titoli. La speculazione esiste – ha continuato – ma si accoda a questo movimento. L’aumento dello spread è, dunque, tutto spiegabile e va spiegato all’opinione pubblica». Va spiegato appunto, ma comunque preoccupa.

«Questo spread che sta crescendo – ha detto Antonio Patuelli – è preoccupante per la Repubblica italiana, perché è una tassa che l’Italia paga sui mercati internazionali. Più cresce, più impoverisce il Paese… Inoltre, la sua crescita complica la vita alle banche, perché c’è un peso nel patrimonio e di conseguenza negli indicatori patrimoniali. Non dobbiamo cullarci attribuendo tutte le colpe all’Europa – ha aggiunto –. L’Europa ha delle colpe, ma non tutte. E l’Italia non dimentichi che ha avuto dei vantaggi dall’adesione all’euro», ha affermato con forza, ricordando che il Paese non vanta certo una storia virtuosa con un debito pubblico che da quarant’anni continua ad aumentare e che solo grazie alla moneta unica i tassi sull’emissione del debito pubblico oggi sono bassi, anzi infimi, mentre negli anni ottanta erano intorno al 20 per cento «perché all’epoca la lira era una moneta debole». Patuelli ha anche sottolineato l’importanza in questo senso del quantitative easing, il programma straordinario di acquisto di titoli di Stato lanciato dal presidente della Bce, Mario Draghi, che ha definito «una benedizione». «Il quantitative easing non può durare in eterno ed è chiaro che da Draghi non ci si può aspettare di più di quello che in saggezza e lungimiranza ha fatto». Non essere riusciti a ridurre il debito pubblico in questi anni di quantitative easing «è un’occasione che temo gli italiani si pentiranno di aver perso» ha concluso il presidente dell’Abi.

In merito al tema specifico dell’incontro, il Direttore generale della Banca d’Italia ha sottolineato l’importanza per le piccole banche di territorio di cogliere le opportunità offerte dalla trasformazione tecnologica. «Le tecnologie innovative – ha detto – non sono solo un rischio per le piccole banche, ma anche un’opportunità formidabile per conservare la loro identità, purché lo vogliano e lo sappiano fare». «Quello che non può fare una banca del territorio è stare ferma e sperare che il mondo non cambi, perché cambia ed è già cambiato moltissimo». Tra i rischi per le piccole banche Rossi ha indicato lo sviluppo delle piattaforme peer to peer, che con un algoritmo «sono ritenute in grado di individuare il merito di credito di una famiglia meglio di qualunque essere umano». Le tecnologie innovative spaventano anche le grandi banche, rivela Rossi: «negli ultimi due-tre anni alcuni banchieri internazionali mi dicono “non sappiamo dove andiamo a finire, ma intanto compriamo le start up innovative”».

Sulla necessità di muoversi in armonia con il cambiamento si è mostrato senz’altro d’accordo Camillo Venesio, intervenuto anche in qualità di vicepresidente dell’Abi. «L’innovazione tecnologica – conferma – è certamente un pilastro strategico per i piani industriali anche delle piccole banche», per le quali, però, un importantissimo ruolo hanno organismi, quali Cedacri, che consentono alle piccole banche di consorziarsi per esternalizzare certi servizi. Piccole banche, ha voluto, inoltre, chiarire Venesio, di cui il Paese ha bisogno, a fronte di una struttura produttiva basata prevalentemente su piccole imprese, dove le microimprese, cioè quelle con meno di 10 dipendenti, sono circa 4 milioni e tutte basano la propria attività sul credito bancario.

E sul bisogno di dare risposte adeguate anche alle esigenze di una clientela più tradizionale ha posto l’accento Giuseppe Morbidelli, che ha evidenziato come nell’evoluzione normativa e spesso di assetto societario, per esempio con l’entrata a far parte di un grande gruppo bancario, le Casse di Risparmio abbiano fin qui saputo conservare un’identità di luogo “aggregante” per la gente del territorio, ma al contempo hanno saputo affrontare un grande rinnovamento del personale, che è ormai capace di rapportarsi pienamente anche con il mercato dei prodotti più innovativi.

“Fondazioni” settembre-ottobre 2018