Eliminare le disuguaglianze è possibile, ma ci vogliono scelte radicali: Intervista a Fabrizio Barca

Dalla salute all’università, dall’Europa all’utilizzo dei dati, dalla ricerca scientifica all’ambiente, dal mondo del lavoro allo sviluppo di aree interne e periferie, fino all’idea di un’eredità universale da consegnare a ogni ragazzo al compimento dei diciott’anni per impedire che le condizioni economiche delle famiglie d’origine limitino il potenziale di ciascuno. Sono questi i fronti su cui si muovono le 15 proposte radicali del Forum Disuguaglianze Diversità per ridurre le disuguaglianze economiche e sociali nel nostro Paese. Ovvero per contribuire a sbloccare uno scenario di immobilità sociale che alimenta il senso di frustrazione e di risentimento dei ceti deboli.

Intervistiamo Fabrizio Barca, uno statistico ed economista che nella sua vita ha ricoperto tanti ruoli, tra cui quello di Presidente del Comitato per le politiche territoriali dell’Ocse e Ministro per la coesione territoriale del governo Monti, e che ora guida il gruppo di coordinamento del Forum.

Professore, partiamo dalle parole. Definire cosa siano le disuguaglianze è tema di grandi discussioni. Qual è la definizione che avete dato al Forum Disuguaglianze e Diversità? Come siete arrivati a una definizione condivisa?

Come dice il grande economista e filosofo Amartya Sen, all’inizio ci sono sempre gli istinti e i sentimenti, poi arriva la ragione che pone le fondamenta per dargli corpo. Il Forum nasce dall’incontro di sentimenti comuni espressi da mondi molto diversi e spesso purtroppo lontani, come sono il mondo della ricerca e quello delle organizzazioni di cittadinanza attiva, da Action Aid a Caritas Italiana, da Legambiente alla Fondazione di Comunità di Messina. Questi mondi si sono ritrovati attorno all’articolo 3 della Costituzione, che ha un’enfasi fortissima sulla persona e, rispetto ad altre enunciazioni di diritti, non contiene solo un’esortazione, ma è un impegno a cambiare le cose. La Repubblica – cioè non solo lo Stato, ma anche tutti i cittadini – si impegna a “rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana”. Perché la disuguaglianza non è solo una questione di opportunità, ma riguarda anche la capacità reale che è data a ciascuno di noi di vivere la vita che è nelle proprie corde vivere. Attorno a questo ci siamo ritrovati. E dopo un lungo anno di lavori, abbiamo elaborato le 15 proposte.

Perché nel nome del Forum ha deciso di inserire anche il termine “diversità”. A cosa vi riferite?

L’articolo 3 della Costituzione fa riferimento alla “persona umana”: ognuno di noi è diverso, perché uguaglianza non significa che siamo tutti uguali, e “rimuovere gli ostacoli” vuol dire eliminare quello che impedisce a ognuno di realizzare la propria diversità, prendendosi cura di se stessi e contribuendo alla crescita dell’intera società.

Il Forum nasce dall’incontro di sentimenti comuni espressi da mondi molto diversi e spesso purtroppo lontani

A chi si rivolgono le vostre 15 Proposte per la giustizia sociale?

Quelle del Forum Disuguaglianze e Diversità sono 15 proposte di azione pubblica e di azione collettiva. Quindi sono indirizzate ai decisori, Governo e Parlamento, e alle organizzazioni decentrate dello Stato, Comuni e Regioni. Ma anche alle organizzazioni di cittadinanza, del mondo del lavoro, delle imprese. Perché uno dei mali della democrazia oggi è lo scollamento tra le istituzioni e popolo. E le organizzazioni di cittadinanza possono e stanno colmando questo vuoto. Quindi i primi destinatari delle Proposte sono anche le stesse organizzazioni che ne sono autrici e che complessivamente raccolgono e oltre un milione di associati, non solo per la capacità di pressione che possono esercitare nei confronti dei decisori, ma anche per la loro azione, perché ormai, soprattutto nel welfare, sempre più pubblico e privato si trovano a co-produrre molti servizi.

Uno degli aspetti su cui ponete maggiormente l’accento è sulla convinzione che le disuguaglianze non siano ineluttabili, ma siano invece il prodotto di scelte o non scelte ben precise. Nel testo, inoltre, fate riferimento a un generalizzato inaridimento del “senso comune” quanto alle aspettative che abbiamo rispetto a un possibile cambiamento della società. Come fare per contrastare questa mentalità? Perché non siamo più in grado di aspirare a una società che garantisca l’uguaglianza?

La ragione principale per cui come società siamo finiti nell’angolo è perché ci siamo convinti che la società era liquida e quindi non più rappresentabile, che di fronte alla trasformazione digitale si potesse essere solo pro o contro, e non invece governare anche questa trasformazione per la rimozione degli ostacoli. Dobbiamo invece convincere innanzitutto noi stessi e poi gli altri, che la storia è fatta di continue biforcazioni e di scelte: non c’è alcuna ineluttabilità. Per questo l’argomentare del Forum si compone sempre di sentimento e di ragione. Dobbiamo guardare negli occhi le persone e dire “Non vedi, che in altri luoghi quella stessa piattaforma digitale è usata per fare cose positive? Non vedi che quell’impresa ha costruito un rapporto diverso con i lavoratori?”. Ma anche ragione: dobbiamo sempre concretamente dimostrare la sostenibilità dell’alternativa. Perchè le 15 Proposte del Forum non sono solo enunciati, ma possono diventare argomenti per convincere gli avversari e i cinici.

Quale ruolo può giocare il mondo della scuola nel contrastare le disuguaglianze nel nostro Paese?

La scuola non va caricata della responsabilità di tutti i mali del mondo. E non può essere lasciata sola a contrastare le disuguaglianze. C’è bisogno di uno sforzo corale che interessi altre istituzioni pubbliche, le organizzazioni della cittadinanza, l’intera comunità. Certo, la scuola è uno degli strumenti fondamentali per riattivare la mobilità sociale, che nel dopoguerra era altissima nel nostro Paese, e che invece oggi si è bloccata in una catena per cui solo i figli delle famiglie benestanti possono aspirare a realizzare il percorso di vita che desiderano. Ma per riattivare la mobilità sociale c’è anche bisogno di un’operazione di riequilibrio finanziario. E a questo punta la nostra proposta sull’eredità universale: ogni giovane a diciotto anni riceve un contributo di 15mila euro per avviare la sua vita adulta, secondo le proprie inclinazioni. Altrimenti il bagaglio educativo non potrai usarlo. E poi c’è il tema fondamentale del luogo in cui vivi. Bisogna colmare il divario di socializzazione che esiste nelle aree interne del Paese, dove vive il 30% della popolazione. Qui i plessi scolastici sono piccoli e disseminati. Così i ragazzi, magari raggiungono livelli di competenza discreti, ma mancando qualsiasi tipo di socializzazione, terminata la scuola dell’obbligo abbandonano i loro luoghi d’origine, condannando questi territori allo spopolamento e quindi al declino. Bisogna realizzare scuole migliori, come previsto dalla Strategia per le aree interne.

Da dove si parte?

Non si tratta di ricominciare da capo. Perché dobbiamo rendere sistemica l’esperienza di grande valore portata avanti in questi anni da tante organizzazioni di cittadinanza attiva, dalle Fondazioni di origine bancaria e, nel Mezzogiorno, da Fondazione Con il Sud. Questo è l’obiettivo che si è dato il Forum, affinché il Programma operativo nazionale scuola del prossimo ciclo di programmazione sia il più possibile reale occasione di cambiamento sistemico per fare ovunque quello che già si è fatto da alcune parti.

 

Migrazioni di massa e trasformazione tecnologica sono due delle grandi sfide che dovremo affrontare nei prossimi anni. Quale sarà il loro impatto sulla questione delle disuguaglianze?

Queste sfide possono essere occasioni per testare sul campo molte delle proposte per contrastare le disuguaglianze. Facciamo alcuni esempi. E partiamo dal contesto più sfidante: le migrazioni. Il nostro Paese, indipendentemente dalle aree e dalle opinioni politiche prevalenti in alcune zone, negli anni ha saputo costruire straordinarie esperienze di rigenerazione culturale e di cambiamento attorno ai migranti. Si tratta di esperienze, che però non siamo riusciti ancora a far diventare sistema, perché ci sono tante esperienze di segno opposto in cui i migranti vengono trasformati in problema per la popolazione. Quindi è possibile rigenerare i territori, partendo dai migranti. È avvenuto già. Due esempi emblematici relativi alle aree interne sono la filiera del latte e del pecorino nell’Italia centrale e una parte importante della filiera del legno e dell’artigianato in Friuli Venezia Giulia. Tecnologia? Anche qui le piattaforme digitali possono essere utilizzate per snellire la burocrazia e far arrivare il sostegno a chi serve in maniera molto più efficace. O per condividere le informazioni tra centri di ricerca, ad esempio nel processo di sviluppo dei vaccini.

Il nostro Paese, indipendentemente dalle aree e dalle opinioni politiche prevalenti in alcune zone, negli anni ha saputo costruire straordinarie esperienze di rigenerazione culturale e di cambiamento attorno ai migranti.

Nel testo definite le vostre 15 proposte “radicali”. Cosa significa?

Dobbiamo restituire la consapevolezza che esiste sempre la mossa del cavallo. Ovvero la capacità di capire che in alcuni momenti è necessario cambiare rotta e sperimentare nuove strade. Radicali vuol dire anche andare contro qualcuno. Perché, ricordiamocelo, c’è sempre qualcuno che ha vantaggio dal non cambiare. Radicalità vuol dire riconoscere che i cambiamenti hanno bisogno del conflitto, che è una parola da recuperare, ma che se suscita disagio possiamo sostituire con “confronto acceso”. Infatti, ci sarà sempre qualcuno che si opporrà al cambiamento, per cinismo o per difendere i propri interessi. La democrazia è la modalità di gestione del conflitto, che consente di arrivare a decisioni che non saranno mai universali, ma che vedranno maturare il convincimento di un numero sufficiente di persone per poterle determinare. Non possiamo pensare di dover cercare sempre l’unanimità altrimenti non cambieremo mai.

L’emergenza Coronavirus aumenterà le disuguaglianze?

Come accade con tutti gli shock, anche davanti all’emergenza Coronavirus, le capacità di reagire e di difendersi sono diverse. E le disuguaglianze preesistenti si acuiscono. L’incapacità di evitare il contagio sembra essere egualitaria, basta vedere la quantità di persone note in tutto il mondo che sono state contagiate perché prese di sorpresa. Ma appena passata la sorpresa, c’è chi si può difendere meglio, perché la differenza la fa l’equipaggiamento economico-sociale. Oltre alle persone che non possono usufruire dell’isolamento, penso alle persone, non solo anziane, che vivono sole e che hanno una difficoltà immediata maggiore rispetto a coloro che convivono.

Davanti all’emergenza Coronavirus, le capacità di reagire e di difendersi sono diverse. E le disuguaglianze preesistenti si acuiscono.

Penso anche alle persone che vivono nelle aree interne. Perché le forme di distanziamento sociale che ci costringono a casa hanno portato tantissime delle nostre attività quotidiane sul digitale, ma chi vive in aree che non sono state raggiunte a livello infrastrutturale perché ritenute non economicamente redditizie, viene doppiamente tagliato fuori. Penso ai migranti che vivono in bidonville inammissibili. Penso alle persone che vivono in stra-da, per le quali non ha senso dire “Restate a casa”. Penso alle perso-ne che per nutrirsi devono fare le file per un pasto alla Caritas. Penso ai lavoratori precari, saltuari, irregolari (l’Istat dice che sono il 15% del totale della forza lavoro). Per tutti questi il Forum, con molti altri, sta aiutando a individuare soluzioni che ne consentano la protezione sociale.

Intervista tratta dal numero Marzo-aprile della rivista Fondazioni

Crediti Foto: Lucio Colavero (errata corrige: nel pdf da scaricare erroneamente è scritto Luciano Colavero, ce ne scusiamo con gli interessati)