Di cosa parliamo quando parliamo di uguaglianza? Editoriale di Giorgio Righetti

“What do we talk about, when we talk about equality?” verrebbe da chiedersi, parafrasando Raymond Carver e la sua plastica rappresentazione dell’incomunicabilità tra esseri umani. Su questa parola, uguaglianza, e sull’universo che è in essa racchiuso, gravita una cappa di incomprensioni, una giungla di significati contrastanti, una babele di idee e ideologie, di speranze e fallimenti, di lotte e crimini.

Credo che il principale oggetto del dibattere, necessariamente semplificando, attenga a due visioni diametralmente opposte, polarizzate lungo un continuum di elaborazioni politiche e filosofiche: quando parliamo di uguaglianza, parliamo di mezzi o di fini? L’obiettivo dell’uguaglianza deve, cioè, essere riferito alle condizioni di partenza o alle condizioni di arrivo? Dobbiamo, in altri termini, aspirare a mettere a disposizione di tutti gli stessi strumenti, dopodiché sia la gara della vita a decretare vincitori e vinti, oppure dobbiamo ambire all’uguaglianza lungo tutto il percorso della vita, abolendo in toto l’idea della competizione tra esseri umani?

E’ peraltro sin troppo chiaro che, nel decidere dove posizionare la propria idea di uguaglianza tra questi due estremi, intervenga un secondo incomodo, peraltro piuttosto ingombrante: la libertà. Più ci spostiamo dal primo al secondo polo, più l’idea di libertà tende a restringersi, ad essere condizionata, ad essere sottoposta a limitazioni. Di fronte alla complessità di una questione controversa e irrisolta, la risposta dei nostri Padri costituenti rappresenta una sintesi alta e lungimirante, che coniuga armonicamente le due visioni nel comma 2 dell’articolo 3 della nostra Costituzione: “E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

L’obiettivo non è più l’uguaglianza in sé, ma “il pieno sviluppo della persona umana”, secondo le proprie aspirazioni e desideri. Libertà e uguaglianza, poste in simbiosi, divengono quindi le condizioni di contesto all’interno delle quali collocare l’azione della Repubblica volta a eliminare gli ostacoli che impediscono il perseguimento di quell’obiettivo. La Repubblica non sta a guardare, non è arbitro imparziale, ma è attiva nel perseguire il bene dei cittadini, un bene che è al tempo stesso individuale e collettivo, perché il benessere dell’individuo, liberamente perseguito, non può prescindere dal benessere di tutti.

La nostra Costituzione è un faro sempre acceso: dovremmo tenere costantemente alto lo sguardo per intravvedere la luce che essa emana e orientare il nostro pensiero e i nostri comportamenti, evitando così di essere attratti dalle sirene della disinformazione, della faziosità e della banalizzazione.

Editoriale tratto dal numero Marzo-aprile della rivista Fondazioni