Quando un treno del passato insegna ancora la solidarietà: Intervista a Viola Ardone

La vicenda di un bambino dei quartieri poveri di Napoli che nel secondo dopoguerra, grazie a un vasto programma realizzato dal PCI, viene strappato alla povertà della famiglia d’origine, per essere affidato a una famiglia del Nord Italia, che gli assicura un futuro. Questa è la storia di Amerigo Speranza, il protagonista del libro “Il treno dei bambini” di Viola Ardone, edito da Einaudi. Un romanzo commovente intriso di solidarietà e speranza, che la sua autrice ci racconta così.

Il treno dei bambini racconta un evento storico: il viaggio di alcuni bambini meridionali dal Sud verso il Nord per sfuggire nel dopoguerra a fame e analfabetismo. Perché ha deciso di raccontare questa storia?

Mi interessava di questa storia l’aspetto umano: tanti bambini che partono dalla loro terra per affrontare un lungo viaggio (da Napoli a Bologna in treno ci vo-levano 32 ore!), per arrivare in un luogo sconosciuto, presso famiglie mai viste prima che però, miracolosamente, diventarono per sei mesi o più le loro famiglie. I legami che si costruirono tra queste persone sono durati per anni e in alcuni casi durano ancora oggi.

Amerigo da Napoli parte alla volta dell’Emilia Romagna per vivere in una famiglia in condizioni economiche più stabili. All’epoca quali erano le differenze fra un bambino campano e uno emiliano? Molte delle famiglie che accoglievano non erano ricche ma comunque pronte ad ospitare.

Le famiglie emiliane non erano ricche: anche in quelle zone c’erano state distruzione, morte, violenza, povertà. La differenza fondamentale è che il contesto della campagna, rispetto a quello della grande città, offriva qualche possibilità di sopravvivenza in più. Chi aveva un po’ di terreno e qualche animale poteva combattere la fame. Le famiglie del centro Italia che accolsero questi bambini divisero quello che avevano a disposizione, aprendo la loro casa a chi aveva bisogno. Un gesto indimenticabile di solidarietà.

L’uguaglianza è poter ambire alle stesse cose. È il contrario del privilegio. 

Lei pensa che oggi i bambini dei quartieri poveri di Napoli (e non solo) siano simili ad Amerigo?

Oggi molte cose sono cambiate dal dopoguerra: la vera emergenza nella maggior parte dei casi non è la fame né l’abbandono. Oggi i bambini a rischio sono quelli che non hanno pari opportunità rispetto agli altri perché provengono da contesti sociali ed economici deboli, dominati dalla criminalità. Un ruolo molto importante, oggi, lo ha la scuola pubblica, che è gratuita e obbligatoria e che, anche in questo periodo di grave emergenza che stiamo vivendo, sta facendo di tutto per superare gli ostacoli che impediscono di raggiungere, seppure a distanza, tutti gli alunni.

La personalità del protagonista bambino è duplice e oscilla fra presa di consapevolezza tipica dell’adulto e ingenuità infantile. Come è riuscita a far convivere questi due aspetti nello stesso personaggio?

I bambini in difficoltà hanno tutti la stessa faccia e la stessa voce: teneri e duri allo stesso tempo, più grandi della loro età eppure candidi e indifesi. Riscontro gli stessi aspetti, la stessa duplicità nei giovanissimi detenuti nel carcere minorile di Nisida, dove da molti anni collaboro a un laboratorio di scrittura creativa. Mi sorprende, spesso, il fatto che siano così intrisi di cinismo e allo stesso tempo di ingenuità.

Anche il registro linguistico del romanzo è duplice. Perché questa scelta?

Amo sperimentare registri linguistici e stilistici differenti. È una ricerca che è cominciata già nei miei precedenti romanzi (La ricetta del cuore in subbuglio e Una rivoluzione sentimentale) e che ho voluto proseguire nel Treno dei bambini. Mi piace riprodurre suoni, voci e ritmi diversi nella mia scrittura.

Ad Amerigo viene concessa la possibilità di essere “uguale” ad altri bambini della sua età con le stesse possibilità e condizioni. Cos’è per lei l’uguaglianza?

L’uguaglianza è poter ambire alle stesse cose. È il contrario del privilegio. Mi è rimasta in mente una vignetta che lo spiega meglio di mille parole. Ci sono tre bambini che vogliono affacciarsi a un muretto per osservare il panorama: uno è molto alto, uno è di altezza media e il terzo è bassino. Uguaglianza è dare a ciascuno lo sgabello dell’altezza che gli permetta di affacciarsi a quel muretto e scrutare l’orizzonte.E la diseguaglianza? È dare a tutti e tre lo sgabello della stessa misura. O lasciare uno di loro senza.

I treni della felicità sono un magnifico esempio di solidarietà ed umanità di un popolo. Cosa dobbiamo imparare oggi da questa storia?

Che bisogna mettersi in gioco in prima persona: la solidarietà è una catena fatta di tanti anelli. Ognuno di noi può farne parte. A volte sento amici e conoscenti che, scoraggiati, mi dicono “Tanto cosa cambia? È tutto inutile”. Io direi che tutto è utile, anche un piccolo gesto. Un piccolo gesto, condiviso da tante persone, diventa un gesto enorme.

Editoriale tratto dal numero Marzo-aprile della rivista Fondazioni