Parliamo di Sud senza parlare di Nord

Il tema del Sud d’Italia, come quello dei molti Sud del mondo, è stato quasi sempre affrontato in una dimensione comparativa rispetto al Nord: cosa manca al Sud per essere uguale al Nord? Da questo approccio sono di sovente emerse soluzioni che cercavano di promuovere al Sud modelli di successo sperimentati al Nord. Magari facendo spesso ricorso a risorse pubbliche e imponendo in maniera forzosa percorsi di sviluppo che non tenevano conto del contesto.

Nascono da qui le famose “cattedrali nel deserto” che hanno caratterizzato l’industria pubblica e privata degli anni ’60-’70. Risultati ottenuti: pochi. Danni: molti. È emblematico il caso del Salento. L’industrializzazione forzosa di quegli anni portò l’Italsider a Taranto e il petrolchimico a Brindisi. Ma non scese più a Sud. Questi ciclopici insediamenti hanno sì prodotto lavoro, ma hanno generato anche una distruzione del territorio e una desertificazione di opportunità alternative. Con le conseguenze che sono oggi sotto gli occhi di tutti. Il basso Salento, invece, che è stato risparmiato da questo approccio, ha salvaguardato il proprio territorio e, a poco a poco, ha trovato la propria anima e la propria vocazione, sulle quali ha costruito un modello di sviluppo più rispettoso dell’ambiente, delle relazioni, dell’autonomia. La rincorsa allo sviluppo del Nord, per il Sud non è impossibile: è sbagliata.

La rincorsa allo sviluppo del Nord, per il Sud non è impossibile: è sbagliata.

Non si tratta di immaginare di recuperare il tempo perduto, in una rincorsa senza senso e senza fine. Si tratta invece di partire da quello che il Sud possiede e su quello costruire un percorso di sviluppo possibile e appropriato. Percorso che, sia ben chiaro, non deve essere immaginato e progettato dall’alto, ma essere lasciato alla libera determinazione del territorio. Il Sud ha risorse, materiali e immateriali, spesso sottovalutate dagli stessi cittadini, abituati a una dipendenza dall’esterno che li ha indotti a ignorare le proprie potenzialità, ad attendere lo sviluppo da “altrove” e a convivere con un frustrante paragone con il Nord. Ma affinché questo approccio di sviluppo proprio possa avere possibilità di successo è necessario intervenire su una condizione di base imprescindibile: riconoscere i diritti. Non quelli del Nord, ma quelli che in primo luogo sono sanciti dalla nostra Costituzione.

Ma affinché questo approccio di sviluppo proprio possa avere possibilità di successo è necessario intervenire su una condizione di base imprescindibile: riconoscere i diritti.

Il diritto all’istruzione, alla salute, al lavoro, alla conciliazione tempo-lavoro, all’assistenza sociale, alla partecipazione, alla coesione e solidarietà sociale, cui aggiungere il diritto alla sicurezza e alla mobilità. Questi diritti sono così disconosciuti che gli stessi cittadini non sono più in grado di rivendicarli e di comprendere la differenza tra diritto e concessione o, meglio ancora, favore. A questo li ha abituati, nei decenni, una politica e una burocrazia non sempre all’altezza dei compiti e delle responsabilità ad essi affidati.

Al riconoscimento di questi diritti andrebbe affiancata un’azione di ricostruzione di un elemento fondamentale, imprescindibile del capitale sociale: la fiducia. La fiducia in sé stessi e negli altri. La fiducia è alla base delle relazioni sociali ed economiche, senza la quale attecchisce lo scetticismo, l’immobilismo e la paura. Su questo svolge un’azione determinante la Fondazione con il Sud che ha come missione l’infrastrutturazione sociale del Mezzogiorno. E lo fa, non sostituendosi ai cittadini, bensì sostenendone l’iniziativa autonoma e le energie che sono presenti sul territorio. Chi ha avuto la fortuna di conoscere le innumerevoli iniziative che il Sud è in grado di generare in campo sociale non può non rendersi conto della miniera di opportunità e di ricchezza che esso possiede. Vi sono esperienze così straordinarie, in contesti così difficili, che avrebbero molto da insegnare a chi quei contesti neanche è capace di immaginarli. Su queste basi si può e si deve lavorare.

Da “L’equilibrio delle parti” numero di maggio-giugno 2020 della rivista Fondazioni