Sud, attiviamo il potenziale inespresso per restituire il diritto alla felicità: Intervista a Giuseppe Provenzano

Giuseppe Provenzano è il Ministro per il Sud e la Coesione territoriale. A febbraio ha presentato un “Piano Sud 2030. Sviluppo e coesione per l’Italia”. L’abbiamo intervistato.

Signor Ministro, il giorno prima di giurare ha scritto in un suo post: “Il Sud è il cuore della questione italiana ed europea, ma può essere anche la soluzione”. Cosa significa?

Che i paesi, le nazioni, sono come i corpi. Se hanno troppe fratture, non stanno in piedi. E queste fratture, questi divari, soprattutto in Italia, combinano l’aspetto sociale a quello territoriale. Il divario storico tra Nord e Sud ha segnato la lunga crisi del nostro Paese, ma oggi si pone anche nella dimensione europea. Ma invertire un lungo processo di disinvestimento e attivare il potenziale di crescita inespresso, nei Sud dell’Europa, nel Mediterraneo, è oggi più urgente di ieri. Anche perché le prospettive di crescita dei nostri Paesi dipenderanno più di prima dalla domanda interna. Dobbiamo riaccendere i motori dell’Italia, in questa ripartenza. Giusto, bisogna riaccenderli tutti, a partire da quelli che, come il Sud e le aree interne, hanno girato a basso regime o sono rimasti spenti.

Presentando il suo Piano Sud 2030, ha messo molta enfasi sulla “Missione” dedicata ai giovani, prevedendo misure per contrastare la povertà educativa e garantire l’accesso all’istruzione di qualità. Ma anche sul fatto che c’è un drammatico problema di sfiducia, che sembra privare i ragazzi anche della sola capacità di immaginare un Sud diverso. Come si può intervenire?

Superare la sfiducia è essenziale. Nel Piano Sud 2030 scrivevo che la prima causa della fuga, o della fatica di chi resta, è l’incertezza o la sfiducia sulle prospettive del futuro. I giovani devono essere liberi di andare, ma devono avere anche l’opportunità di tornare. È essenziale dare ai giovani un “diritto a restare”, il diritto a perseguire anche nei luoghi di nascita, anche al Sud e nelle aree interne, i propri progetti di vita. Il “diritto alla felicità” non può essere solo quello della “felicità altrove”. Ma per rendere concreti questi diritti, bisogna spezzare un circolo vizioso che nasce dalla prima infanzia, con lo scandalo moderno della povertà educativa minorile, da combattere con strutture scolastiche moderne, scuole aperte anche al pomeriggio, coinvolgimento del Terzo settore.

Di fronte al dato dei 24mila laureati, che negli ultimi 15 anni hanno abbandonato il Mezzogiorno, ha evidenziato che questa migrazione diventa sempre più precoce e che rischia di prosciugare tutte le energie migliori delle regioni meridionali. Come intende arginare questo fenomeno? In cosa consiste esattamente la “Rete dei Talenti” che state immaginando?

Bisogna investire sui progetti imprenditoriali, come abbiamo fatto anche nel DL Rilancio, in cui aiutiamo le nuove imprese di “Resto al Sud” con un sostegno fino a 40 mila euro a fondo perduto. E bisogna rifiutare la logica della “fuga dei cervelli”, investendo in meccanismi di circolazione delle idee e delle persone. La “Rete dei Talenti” vuole creare un’alleanza strutturale tra chi è rimasto al Sud e chi dal Sud è partito, per mettere in relazione chi si è affermato in nuovi contesti con chi produce innovazione nel Mezzogiorno e conosce la realtà attuale dei territori. È una rete che sfrutterà le nuove tecnologie per generare nuove “rimesse”, le “rimesse di conoscenza”. Il primo passo è in corso: stiamo selezionando i “talenti” disposti a dare una mano e stiamo costruendo una piattaforma digitale che permetta ad amministrazioni, imprese, cittadini con progetti di innovazione nel Mezzogiorno di avere consigli, esempi di buone pratiche e opportunità di investimenti.

I giovani devono essere liberi di andare, ma devono avere anche l’opportunità di tornare. È essenziale dare ai giovani un “diritto a restare”, il diritto a perseguire anche nei luoghi di nascita, anche al Sud e nelle aree interne, i propri progetti di vita. Il “diritto alla felicità” non può essere solo quello della “felicità altrove”.

Ha richiamato, inoltre, il ruolo che può svolgere il Terzo settore meridionale e il potenziale dell’economia sociale. Ha scritto di un “Sud reattivo” e di un “Sud resiliente”, di vitalità e capacità di innovazione, di forme della cittadinanza attiva che stanno sperimentando modelli di sviluppo sostenibile. Come fare a valorizzare e rendere sistemiche queste pratiche?

Il Terzo settore è un valore in sé e va aiutato: ne sono convinto e ho voluto dimostrarlo, a partire dal lavoro di ascolto e condivisione avviato con il Piano Sud 2030 e che ha trovato poi uno sbocco nella misura, che ho fortemente voluto, presente nel DL Rilancio, che assegna 120 milioni alle associazioni del Terzo settore e alle reti della cittadinanza del Sud, di cui 20 milioni per il contrasto alla povertà educativa.

Ha scritto anche “Colmare i divari territoriali non è solo un atto di giustizia, è la leva essenziale per attivare il potenziale di sviluppo inespresso del nostro Paese”. In cosa consiste questo potenziale inespresso?

Quante imprese non vengono avviate, e non crescono, per via dei divari territoriali? Quanto perdiamo nel Mezzogiorno per via dei divari infrastrutturali, visto che SACE-SIMEST hanno stimato che il gap di qualità logistica rispetto alla Germania costa complessivamente all’Italia 70 miliardi di euro in export mancato? È poi cruciale, come proponiamo nel Piano, affrontare con azioni concrete la questione della partecipazione al mercato del lavoro delle donne nel Mezzogiorno. Una vera e propria emergenza, visto che il tasso di attività delle donne al Sud è pari al 41,6%, rispetto al 64,1% nel Centro-Nord e al circa 74% della media UE.

L’aumento delle disuguaglianze è un fenomeno trasversale che non riguarda solo il Sud, ma che interessa tutto il Paese. Anche per questo nel suo Piano insiste sul rafforzamento della Strategia per le aree interne. Cosa prevede?

Le fratture del nostro Paese non riguardano solo lo storico divario tra Nord e Sud. La questione economica e sociale delle aree interne è diventata sempre più tangibile, mentre alcuni inseguivano le sirene di un “secolo delle città”. Oggi il rilancio della Strategia Nazionale per le Aree Interne è un’opportunità reale: in esse si stanno già sperimentando processi nuovi, con un’attenzione al territorio che, come abbiamo appreso in questa crisi, è fondamentale – dai presidi sanitari territoriali alla telemedicina, alla didattica innovativa. Abbiamo visto che l’organizzazione della vita e della produzione in queste realtà è compatibile con lo smart working e il distanziamento. È un metodo che può favorire uno sviluppo diffuso, contenere pendolarismo e migrazioni interne. Ma le nuove opportunità delle aree interne poggiano su alcune condizioni abilitanti. Anzitutto, colmare il divario digitale e dei servizi, e allo stesso tempo sostenere un tessuto produttivo in affanno. Tra Legge di Bilancio 2020 e DL Rilancio abbiamo complessivamente stanziato 500 milioni per le aree interne, 300 dei quali per istituire un Fondo per il sostegno alle attività economiche, artigianali e commerciali, dove l’impresa ha anche un valore sociale.

Ci sono due fronti su cui il Sud è, da sempre, maggiormente esposto: l’accoglienza dei migranti e il contrasto alla criminalità organizzata. Proprio su questi fronti nel Mezzogiorno sono nate esperienze originali e innovative. Crede che alcune di queste possano essere “esportate” anche altrove?

La criminalità organizzata è una vera questione nazionale, come ci insegnano le relazioni della Direzione Investigativa Antimafia. Al Sud c’è un motivo di preoccupazione in più: il rischio di fallimento delle imprese meridionali è quattro volte superiore che per quelle del Centro-Nord. Bisogna mettere insieme le buone pratiche per contrastare l’offerta di soccorso mafiosa, ed essere più veloci nella “presenza” nei territori e nella società. Lo Stato deve arrivare prima delle mafie. Vale anche per la sfida del rilancio degli investimenti, in cui dobbiamo uscire dalla falsa contrapposizione tra legalità e semplificazione: con le nuove tecnologie, digitalizzando, standardizzando le procedure, promuovendo stazioni appaltanti qualificate, è possibile. Poi l’esigenza è aumentare la capacità amministrativa, a livello centrale e locale. E l’ingresso di una nuova generazione nell’amministrazione può essere fondamentale anche per il contrasto alla criminalità organizzata, in forte dialogo con le esperienze più innovative della società civile.

Da “L’equilibrio delle parti” numero di maggio-giugno della rivista Fondazioni