La periferia è fatta di persone. Tutto può cambiare se si attivano servizi, comunità e partecipazione

Cosa vuol dire prendersi cura dei bambini in una periferia romana? A raccontarcelo Francesca De Benedittis, responsabile della comunicazione di “Tor Bell’Infanzia”.  Siamo nella periferia est di Roma, Tor Bella Monaca, da qui il nome dell’iniziativa che da anni cerca di garantire il diritto alla scuola dei bambini, coinvolgendo e supportando tutta la comunità educante. Tor Bella Monaca è un quartiere nato negli anni ’70 per rispondere alle carenze abitative della città, ma accanto alle case non sono state costruite altrettante scuole e spazi dedicati ai servizi alla persona. «Il disagio sociale è il frutto di un progetto urbanistico errato, perché ha prodotto una ghettizzazione: nelle case si concentrano famiglie con grandi difficoltà, senza lavoro e condizione di fragilità».

È proprio dalla conoscenza vissuta e dall’ascolto dei bisogni reali e urgenti del quartiere che nasce il progetto. Tutto è partito dagli spazi della parrocchia di Santa Rita, «un’oasi del quartiere», perché è uno dei pochi spazi protetti, sani e ricchi di attività: uno sportello Caritas, un parco giochi, campetti da calcio e tanti altri spazi aperti alla comunità. La possibilità che le famiglie e i bambini abbiano uno spazio in cui recarsi, a Tor Bella Monaca, «significa salvarli dalla strada, dalla criminalità e dall’abbandono».  I numeri diventano sempre più ampi, ecco allora che nasce Tor Bell’Infanzia, con il sostegno del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Apurimac è l’organizzazione non profit che lo porta avanti, da sempre impegnata a garantire i diritti delle persone che vivono nelle «periferie esistenziali: luoghi non solo geografici ma dell’anima, in cui le persone non sono integrate, non trovano accesso ai servizi essenziali e non possono sviluppare il loro potenziale».

 

 

Tor Bell’Infanzia si articola in tante attività: dall’educazione al sostegno alla genitorialità, dall’orientamento ai servizi nel territorio alla coesione sociale. Lo “Spazio baby” accoglie bambini da 0 a 6 anni con giochi, attività e percorsi adatti a questa fascia di età e sostiene le loro mamme, nell’attività di cura dei bambini, l’allattamento, il cambio del pannolino, lo svezzamento. I bambini dai 3 ai 6 anni, invece, vengono coinvolti in laboratori socio educativi, di psicomotricità, di avviamento alla scrittura e al calcolo, tutte attività in linea con i programmi ministeriali affinché siano preparati alla scuola primaria.  «Il cambiamento dei bambini – ci dice una delle maestre, Stella – è incredibile» perché entrano chiusi e diffidenti, ma in pochissimo tempo cominciano a socializzare e a interagire con gli altri, condividendo spazi, materiali ed esperienze. «Avere l’opportunità di vivere uno spazio educativo, pensato e adibito con criteri pedagogici, permette ai bambini di conoscersi, di esprimersi e di dare avvio a uno sviluppo sano, intellettivo, cognitivo, emotivo e sociale, che spesso le famiglie e il contesto in cui vivono non riescono a garantire».

Prendersi cura dei bambini presuppone, infatti, avviare percorsi anche con le famiglie: «la povertà educativa è un fenomeno complesso, perché ha in sé diverse componenti. Questo progetto cerca di combatterla in tutte le sue dimensioni: bambini, famiglia, territorio». Per questo Tor Bell’Infanzia ha dato vita anche alla “Comunità sociale partecipata”, una sorta di sportello informativo dove le famiglie vengono orientate sulle agevolazioni e gli assegni familiari, sui centri dell’impiego, nella scrittura di un curriculum vitae per la ricerca lavoro e possono richiedere delle intermediazioni linguistiche qualora abbiano difficoltà con l’italiano. Inoltre, “La banca del tempo” permette loro di diventare parte attiva del progetto, supportando la gestione logistica degli spazi e delle attività e usufruendo, contemporaneamente, di beni di prima necessità, capi di abbigliamento, orientamento e supporto.

 

 

Se con i bambini il cambiamento è repentino, con le famiglie i tempi si allungano. Tuttavia i risultati, nel tempo, si vedono.  «L’iniziale ostilità e diffidenza si è trasformata in partecipazione e in senso di appartenenza. Le famiglie si sono conosciute e hanno cominciato a instaurare delle relazioni costruendo, senza saperlo, una vera e propria rete, una comunità dove lo scambio è equo e non ci si sente più soli». Se prima molte delle famiglie si sentivano escluse, abbandonate e senza più possibilità di migliorare la loro condizione, piano piano hanno cominciato a sentirsi parte di qualcosa, hanno riacquisito la fiducia e hanno iniziato a coinvolgere altri nuclei in difficoltà. Così, anche problemi che sembravano insormontabili, come l’iscrizione dei propri figli alla scuola primaria, per le famiglie straniere molto difficoltosa, riescono a risolversi e questo risolleva le speranze, le dinamiche familiari e la capacità gestionale delle famiglie. Una mamma, ci racconta la maestra Stella, «mi ha spiegato cosa ha trovato in noi: un supporto fondamentale a essere capaci e autonomi. “Aiutami a fare da solo” è un principio guida con i bambini, ma lo può essere anche con le famiglie».

Progressivamente questa rete ha incluso anche molte altre realtà presenti sul territorio, tanto che il Municipio e i servizi sociali, inizialmente scettici, ora invitano le famiglie più in difficoltà a entrare nel progetto.  Fungendo da anello di congiunzione, Tor Bell’Infanzia è riuscita a far comunicare i tanti attori in un territorio così difficile. «In famiglie con tre figli, dove i genitori non hanno lavoro, è quasi inevitabile che uno dei tre venga coinvolgo dagli spacciatori locali. Andare a intervenire sull’infanzia significa interrompere questo meccanismo terribile e lavorare con le famiglie si traduce in maggiore consapevolezza e attenzione nei loro confronti», ci spiega Federica de Benedittis.

 

 

Dall’immobilità sociale di questa periferia, il progetto è riuscito a riattivare la comunità: 1.800 i residenti coinvolti, 650 bambini e 1.150 adulti, oltre ai 50 tra operatori sociali, insegnanti ed educatori. Non si tratta solo di numeri ma di persone che, partecipando, generano fiducia, reti, mutuo sostegno e senso di appartenenza. Così Tor Bell’Infanzia è diventata ormai «un punto di riferimento per i bambini e per le famiglie coinvolte, ma anche per coloro che non vi partecipano. Un punto di riferimento per l’intero quartiere insomma, che non è fatto di solo spaccio e criminalità, come purtroppo si sente dire su Tor Bella Monaca: il quartiere è fatto di persone e se le persone hanno la possibilità di vivere meglio, tutto può cambiare. Noi con Tor Bell’Infanzia stiamo cercando dimostrarlo».

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Crediti foto: Photo Giocando, Maria Novella De Luca