Il diritto alla salute non ha nazionalità

Quella di Cuamm – Medici con l’Africa è una storia che inizia nel 1950 da un giovane studente di medicina figlio di operai, Francesco Canova. Nato nel 1908, con l’aiuto dei proprietari della fabbrica in cui lavoravano i genitori, si iscrive all’Università di Medicina di Padova e sente la necessità di spendere le sue energie fuori confine. Nel 1935 parte per la Giordania, dove trascorre dodici anni; una volta rientrato in Italia, con alcuni suoi colleghi, fonda il Cuamm, Collegio Universitario Aspiranti Medici Missionari. È questa la cornice all’interno della quale tanti giovani medici italiani iniziano a partire per lavorare negli ospedali missionari con le popolazioni più bisognose del continente africano.

«Con e non per», sottolinea don Dante Carraro, l’attuale presidente del Cuamm, spiegando che, per facilitare la comunicazione, il collegio è stato rinominato “Medici con l’Africa”. «Dire “per” sottintende una superiorità: io sono capace e tu no, io sono qui per aiutare te perché ho le capacità e le risorse. “Con” è invece un approccio radicalmente diverso, vuol dire condividere quella sofferenza, quel dolore, quella povertà e, insieme, analizzare la situazione per costruire un nuovo percorso di vita, di lavoro e di cooperazione». Per questo, l’elemento vitale non è tanto rispondere alle emergenze sanitarie ma investire sulle risorse umane, locali e non, per costruire ospedali e competenze in grado di affrontarle. Solo in questo modo si può generare fiducia e speranza nei giovani che «rivendicato il diritto di crescere per dare il loro contributo al paese».

Otto sono i paesi in cui i medici e tutti gli operatori di Cuamm contribuiscono a generare l’accesso a questo diritto: Angola, Etiopia, Mozambico, Repubblica Centrafricana, Sierra Leone, Sud Sudan, Tanzania e Uganda. Lì sono riusciti, con la popolazione locale, a rendere i servizi sanitari più accessibili, soprattutto ai più emarginati, supportando gli ospedali e formando i giovani. Come Amina, giovane di 25 anni del Sud Sudan, che con il Cuamm si è laureata ed è diventata ostetrica. Don Dante ci racconta di averla incontrata dopo tanto tempo in uno degli ospedali rurali del territorio, quando lei, correndogli incontro, ha detto: «Sono così orgogliosa (di poter fare la mia parte nel paese)!». E quello delle ostetriche è un lavoro fondamentale in quei territori, perché dare la possibilità a una donna di poter partorire in sicurezza e con mani capaci, significa salvare la loro vita e quella dei bambini. Motivo per cui il Cuamm continua a dare priorità a donne e bambini «perché oggi, che sappiamo tutto del parto, del taglio cesareo, delle trasfusioni di sangue, non possiamo accettare che un parto assistito non venga garantito a tutti».

23 sono gli ospedali sostenuti dal Cuamm, 2.700 i volontari italiani stabili dei campi, oltre alla collaborazione con l’Università di Medicina in Mozambico, a Beira, con la quale l’Università di Padova ha interagito nell’ambito di un master nel Dipartimento di Pediatria. La prospettiva è sempre la stessa: imparare gli uni dagli altri, investendo su una formazione reciproca. Sono tanti infatti i giovani studenti di medicina che decidono di partire con il Cuamm, per un’esperienza negli ospedali locali, dove tanto possono dare e altrettanto ricevono. «Quando lavori in contesti poveri di risorse, il medico deve avere la capacità di capire quale è l’approccio migliore, consapevole che le risorse sono limitatissime ma devono essere altrettanto efficaci». Parla, infatti, di ricerca scientifica Don Dante, perché lavorare in luoghi che non hanno le stesse risorse a cui noi siamo abituati permette di esplorare altri approcci diagnostici e terapeutici, oltre a consentire di studiare malattie che non conosciamo, come l’ebola. Infatti, Cuamm ha all’attivo oltre 30 pubblicazioni in riviste scientifiche internazionali. La finalità è «studiare e conoscere a fondo le realtà in cui lavoriamo, seguendo l’imperativo di essere tecnicamente seri e, parallelamente, dare un messaggio alla comunità internazionale e scientifica: lavorare in Africa è altamente sfidante, anche a livello scientifico». Per esempio, lavorare senza farmaci, perché bloccati in una jeep a causa della pioggia torrenziale, mette i medici in una condizione di serie difficoltà nella gestione di un ospedale. Inoltre, se in Italia c’è un medico per ogni 1.500 abitanti, in quei territori ce n’è uno per 50mila o 60mila persone. Si tratta di sfide, umane, professionali, scientifiche.

La stessa attenzione Cuamm la impiega nel valutare le sue attività nei territori. Come ci spiega il direttore dell’ufficio progetti Fabio Manenti, «quando parliamo di sanità diventa fondamentale misurare l’efficienza di un sistema sanitario o di un ospedale, perché farlo significa tutelare e prendersi cura della salute delle persone». Nei contesti in cui le risorse sono molto limitate, valutare il proprio operato risulta ancora più cruciale perché «un’allocazione diversa delle risorse può davvero cambiare in modo importante i risultati». Se in passato Cuamm utilizzava metodi semplici di valutazione, oggi, in collaborazione con il Laboratorio di Management e Sanità (MeS) della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa e con il sostegno di Fondazione Cariparo, è riuscito a costruire un sistema di valutazione più complesso, che permette di capire nel dettaglio la situazione degli ospedali che sostiene. L’idea è stata di applicare ai territori di riferimento il sistema che il laboratorio della Scuola Superiore Sant’Anna applica, ormai da quasi 20 anni, alle regioni italiane per valutare l’efficienza del sistema sanitario. Con 118 indicatori, tutti disponibili nei sistemi informativi del Ministero della Salute dei paesi di riferimento, il sistema genera grafici capaci di dare un quadro molto chiaro delle criticità e dei punti forti nei singoli contesti. Valutare significa quindi comprendere appieno i settori o le aree che necessitano di essere implementati e migliorati. Dei sistemi sanitari di Etiopia, Tanzania e Uganda, vengono analizzate le strategie sanitarie, l’efficienza, le caratteristiche degli utenti e del personale, la capacità di gestire le emergenze, la governance e la qualità delle apparecchiature. Inoltre, a essere valutati sono i settori chiave, il percorso materno-infantile, la gestione delle malattie infettive e di quelle croniche. La partecipazione alla valutazione è su base volontaria: gli ospedali e i territori devono volersi misurare per migliorare il proprio sistema sanitario. Lasciare che un ospedale aderisca volontariamente alla valutazione, significa perpetuare l’approccio “con” che il Cuamm ha sempre adottato: la comunità locale sceglie attivamente di partecipare alle attività di valutazione, per garantire ancora di più il diritto alla salute della popolazione.

Il sistema di valutazione è quindi uno strumento utile al Cuamm e alle sue attività, ma è anche «doveroso nei confronti di tutti coloro che ne sostengono le attività, dai singoli cittadini, attraverso il 5xmille, alle Fondazioni di origine bancaria, perché è anche grazie a loro che riusciamo a portare avanti le nostre attività e quindi dobbiamo illustrare in maniera chiara quello che facciamo e come lo facciamo», afferma don Dante Carraro. Una risonanza necessaria, dopo anni di delegittimazione e screditamento nei confronti delle Ong e degli enti non profit, di cui oggi la pandemia ha fatto invece riscoprire il ruolo fondamentale che esse ricoprono nelle comunità. Il Cuamm è attivo anche in Italia per tutelare i diritti degli ultimi e degli emarginati. Da Medici con l’Africa si trasforma in Medici col Camper, per garantire, soprattutto in questo particolare momento, l’assistenza sanitaria di base presso i “ghetti” in cui sono costretti i migranti che lavorano nei campi del foggiano.Una realtà che supera i confini perché i diritti non possono avere nazionalità, «come il diritto alla salute che non è un diritto della regione, del paese o del continente, ma deve essere un diritto globale».