La bellezza è testimonianza

Intervista a Barbara Jatta, direttrice dei Musei Vaticani

“Kalòs kai agathòs”. Lo dicevano gli antichi eppure è un assunto moderno che sancisce l’inseparabilità tra etica ed estetica. «Buono è anche bello, un pensiero assolutamente attuale. Papa Francesco ci invita a seguire il bello che porta al buono: la via è custodire la bellezza del creato e avere rispetto per ogni essere vivente e per l’ambiente». A parlare è Barbara Jatta, prima direttrice donna dei Musei Vaticani, in uno Stato dove i ruoli di peso sono ancora prevalentemente al maschile e clericali. Abbiamo ereditato dagli antichi il concetto di bellezza concepita come “katarsi”, come ordine al caos «ed è giusto custodire questo lascito ed è esserne debitori», prosegue Jatta. «La bellezza diventa tale nel momento in cui viene condivisa e divulgata – spiega. Condividere è la missione che i Musei Vaticani si prefiggono: “accompagnare la comunità nella fruizione delle opere universali in termini artistici, storici e di fede è l’obiettivo primario di tutti noi, una vocazione intensa in cui crediamo fortemente».

La bellezza condivisa è in una sorta di rapporto causa ed effetto imprescindibile, ma non si limita solo a questo, «la bellezza infatti – continua la direttrice – è legata alle varie epoche di cui è espressione e, come tale, segue le trasformazioni delle società e delle civiltà. Ogni epoca ha le sue peculiarità e, anche se con il passare degli anni e dei secoli cambiano i canoni estetici, un’opera d’arte rimane bella per il semplice fatto che è testimonianza di un determinato momento storico. Il bagaglio culturale che porta con sé rende l’opera bella per sempre, direi immortale». Poter godere della bellezza del patrimonio artistico e culturale è, quindi, un diritto di ogni cittadino, diritto che nel periodo storico che stiamo attraversando è stato purtroppo messo in discussione dall’impossibilità di fruire in presenza delle meraviglie che ci circondano.

Condividere è la missione che i Musei Vaticani si prefiggono: ovvero accompagnare la comunità nella fruizione delle opere universali in termini artistici, storici e di fede

«In questa fase, ancor più di sempre, è entrata in gioco la tecnologia» dichiara la direttrice. «I Musei Vaticani già prima del lockdown, vantavano un portale molto nutrito, fornito di tanti cataloghi online aperti al pubblico. Sostengo con convinzione l’utilizzo della tecnologia applicata a contesti come il nostro, venendo dalla Biblioteca Vaticana, dove ho lavorato per anni, che non è accessibile al pubblico e quindi è consultabile solo attraverso il digitale». In effetti, nei mesi del lockdown, racconta la direttrice, «si è verificato uno sviluppo esponenziale di visite virtuali ai Musei. Di conseguenza, abbiamo implementato i canali social e il riscontro è stato ottimo».

Dunque, la tecnologia diventa uno strumento che soddisfa le esigenze di tutti soprattutto in momenti storici critici. La domanda che sorge spontanea è: la riproducibilità digitale dell’opera d’arte non ne altera il contenuto? La fruizione di quest’ultima in versione digitale è diversa rispetto a quella dal vivo? «Chiaramente si tratta di due modi di vivere l’arte differenti – risponde la direttrice -. Ma uno non esclude l’altro. Vedere dal vivo la Cappella Sistina comporta un coinvolgimento emotivo fortissimo e forse non replicabile. Avere però la possibilità di conoscere la Cappella tramite strumenti digitali permette comunque un accesso privilegiato all’opera che così sfonda i limiti imposti dallo spazio e dal tempo»

Dalla rivista Fondazioni: Novembre-Dicembre