Salviamo la bellezza per salvare noi stessi

Intervista a Andrea Carandini, presidente del FAI

«La bellezza non va solo goduta, la bellezza è fondamentale per formare il cittadino che, conoscendola compiutamente, può migliorarsi per la comunità». La bellezza è stato il suo leitmotiv per tutta la vita. Non ne ha solo goduto, non l’ha solo amata, ma l’ha anche scovata anzi “scavata” e portata alla luce per renderla accessibile a tutti. È Andrea Carandini, archeologo italiano di fama mondiale, presidente del FAIFondo Ambiente Italiano, e già presidente del Consiglio Superiore dei Beni Culturali.

Che cos’è per lei la bellezza?

«Le rispondo con un esempio: una pressa dell’olio è una macchina meravigliosa, inventata in epoca romana e utilizzata fino alla seconda guerra mondiale. È un oggetto molto interessante con un valore storico pregevole, ma non con un grande valore estetico. Eppure la pressa rappresenta una testimonianza preziosa di una civiltà trascorsa e, come tale, è “bella” perchè portatrice di una cultura, che forma il tessuto di un Paese in cui l’individuo è nato, cresciuto e in cui si può riconoscere».

Il FAI si occupa di bellezza?

«Il FAI unisce natura e storia nel concetto più ampio di cultura. Il nostro obiettivo è aprire le porte ed entrare in contatto con il cittadino, per renderlo partecipe della cultura del luogo in cui vive. E non mi riferisco solo al David di Michelangelo o a Piazza San Marco a Venezia, ma a tutte le meraviglie sparse fittamente nella nostra Penisola e che è giusto siano conosciute, tutelate e godute».

Quanto conta la conoscenza del patrimonio culturale per la comunità?

«Nulla nasce dal nulla, se nullifichiamo la natura, la storia, l’arte, non possiamo preparare un buon futuro. Non è solo per goderne che dobbiamo conoscere il nostro patrimonio culturale, ma per formarci e imparare a costruire un buon avvenire».

Il delicato rapporto tra artificio e natura oramai è venuto meno e la Terra si sta vendicando. Allo stesso tempo, stiamo mettendo a repentaglio tutto il nostro patrimonio

La scuola di oggi prepara alla conoscenza del patrimonio?

«A tal proposito ritengo che ci sia una disparità tra la Costituzione e la pratica. Nella Costituzione, l’articolo 9, assegna alla Repubblica il compito di promuovere la cultura e la ricerca scientifica, oltre a tutelare il paesaggio e il patrimonio storico e artistico. Tuttavia la scuola odierna, che dovrebbe avere il ruolo di educare a questi principi costituzionali, è in crisi. Credo che l’istituzione scolastica sia stata ottima fino agli anni ‘70, dopo di che è andata drammaticamente decadendo. Tutta la politica italiana ne è stata responsabile, insieme a noi intellettuali che forse avremmo dovuto farci sentire con più energia. Una volta si insegnava la storia e la storia dell’arte fra i banchi, oggi queste discipline sono ridotte al lumicino».

All’indomani della pandemia Covid-19 possiamo dire di dover riconsiderare il nostro rapporto con la Terra? Abbiamo sbagliato qualcosa?

 «Abbiamo sbagliato molte cose. Ma che l’uomo sbagli è giusto, l’importante è non perseverare. E purtroppo, allo stato attuale, mi sento di poter dire che l’uomo non ha ancora capito i suoi sbagli e prosegue nell’errore. Faccio un esempio: le città non hanno più limiti, si estendono mangiando le campagne tanto da annullare quasi più la differenza fra metropoli e campagna. Il delicato rapporto tra artificio e natura, oramai, è venuto meno e la Terra si sta vendicando. Allo stesso tempo, stiamo mettendo a repentaglio tutto il nostro patrimonio. Non solo quello naturale, perché l’ambiente è in stretto legame con la storia, che a sua volta è congiunta all’arte: è tutto un sistema coeso che o si salva nella sua integrità o perisce inevitabilmente».

Quale sarà il futuro dei beni culturali dopo questa pandemia?

«Non è facile dirlo, perché quando si vive una situazione storica non se ne colgono tutti gli elementi contingenti. Se Tolstoj avesse partecipato alle battaglie napoleoniche non avrebbe potuto scrivere “Guerra e pace”. Tuttavia, ritengo che la vita insieme alle sue difficoltà sia sempre una sfida, ed è proprio dalle sfide (delle volte anche perse) che nascono opportunità ed elementi di straordinario slancio. Caino uccise suo fratello Abele, ma dopo fondò una città. Dunque dal male può nascere il bene, ma non se pensiamo solo in modo narcisistico. Questa pandemia ci ha insegnato a non pensare solo alla nostra salute, perché il nostro benessere è legato a quello dell’altro: se l’individuo soffre, soffre la comunità».

Il patrimonio culturale può essere percepito come qualcosa di “morto”, soprattutto dalle generazioni più giovani. Lei è archeologo, come è possibile promuovere lo studio delle civiltà antiche come qualcosa di vivo?

«Il passato se non viene risuscitato nel presente è morto: compito dello Stato, come della comunità, è tenere sempre vivo il passato, reinterpretandolo con le chiavi dell’oggi, per preparare un buon futuro. Quindi risvegliamo i morti, non per necrofilia ma per vivere più saggiamente, imparando da loro. Se non impariamo dai nostri antenati cosa sono morti a fare?»

Dalla rivista Fondazioni: Novembre-Dicembre