Fondazione La Casa Onlus, intervista al direttore Maurizio Trabuio

«L’edilizia sociale è costituita dall’“hardware”, cioè l’involucro e dal “software” ovvero le relazioni che esistono tra le persone che abitano in queste nuove soluzioni abitative. Questi due elementi sono inseparabili e solo insieme hanno senso». Lo dichiara Maurizio Trabuio, direttore della Fondazione La Casa Onlus, sostenuta da Fondazione Cariparo, da sempre impegnato a promuovere iniziative di contrasto al disagio abitativo e ad accompagnare le persone in difficoltà verso un’autonomia economico-sociale.

Come nasce la Fondazione La Casa Onlus e come opera?

La storia è questa: circa venti anni fa, ero a capo di una cooperativa che gestiva alloggi in dotazione per risolvere il disagio abitativo degli stranieri immigrati in Italia. All’epoca si assisteva a un grande flusso migratorio, fatto per la maggior parte di immigrati uomini che trovavano facilmente lavoro, ma non una casa che li ospitasse sia per mancanza di risorse, sia perché non si nutriva fiducia nei confronti dello “straniero”. La cooperativa che gestivo cominciava ad ampliarsi e, progressivamente, emergevano problemi di continuità legati alla gestione, alla mancanza di professionalità specifiche e alla necessità di manutenzione. Vista la finalità sociale del mio lavoro, su consiglio di Antonio Finotti, l’allora presidente della Fondazione Cariparo, trasformai la cooperativa in Fondazione così da poter accedere più agevolmente ad eventuali contributi. Nel 2001, insieme a Camera di Commercio di Padova, Acli e Banca Popolare Etica diamo vita a Fondazione La casa Onlus, coinvolgendo  cooperative sociali che sul territorio mantenevano i rapporti con gli inquilini, le comunità locali e gli assistenti sociali. Con i contributi di Fondazione Cariparo, ristrutturammo una serie di immobili da destinare alla sperimentazione di forme d’accoglienza condivise per persone in disagio abitativo e nel corso degli anni, grazie a numerosi stakeholder e ad altre Fondazioni di origine bancaria (Cassamarca, Cariverona, Fondazione Venezia), abbiamo attivato un progetto del valore di circa 20 milioni di euro investiti in 200 alloggi. Arriviamo al 2008, quando viene emanato  il decreto ministeriale che definisce “l’alloggio sociale” e nasce il sistema integrato dei fondi FIA. Questi sono gli anni in cui Giuseppe Guzzetti, presidente della Fondazione Cariplo e di Acri, mette in moto tutto il meccanismo dell’housing sociale, sistema ereditato dal mondo anglosassone, che comincia così a legittimarsi anche in Italia. Ed ecco che, nel 2009, nasce il Fondo Italiano Veneto Casa, promosso e sottoscritto da Regione Veneto, Fondazione CR Padova e Rovigo, Fondazione di Venezia e un gruppo bancario, che attualmente opera nel territorio della Regione Veneto. Sono molto orgoglioso di poter dire che la Fondazione La Casa Onlus ha dato un input alla nascita del Fondo Veneto Casa e che sia in passato che oggi, si lavora tutti insieme per raggiungere un unico obiettivo: offrire soluzione abitative a quella “fascia grigia” i cui bisogni altrimenti rimarrebbero disattesi.

Ci spiega cosa intende quando dice “zona grigia”? Inoltre, secondo lei, quest’ultima ha subìto una trasformazione nel corso degli anni?

Per zona grigia s’intende quel target che non ha possibilità di permettersi una casa ma non può accedere all’edilizia popolare. Nel corso degli anni mi sono reso conto che questo “grigio” aveva tante sfumature e la gradazione d’intensità cambiava in continuazione. Il grigio ha cominciato a scurirsi in maniera netta dal 2011 quando, in Italia, è iniziata la crisi immobiliare. Prima del 2011 il Fondo Veneto Casa riusciva a dare una risposta più esaustiva perché la maggior parte delle persone, seppur fragili e in difficoltà, avevano un lavoro e riuscivano a permettersi un alloggio. Oggi la fascia che definirei “nera”, quella assistita dall’Edilizia Residenziale Pubblica (ERP), è più ampia di prima e temo sia sempre più in espansione. L’ERP è l’ultimo anello della catena dell’edilizia sociale, una realtà a cui si ricorre quando non si ha altro strumento. Tuttavia sappiamo che l’ERP non è in grado di rispondere né quantitativamente né qualitativamente all’emergenza abitativa non per mancanza di buona volontà, ma perché ha poche risorse immobiliari e scarsi mezzi per tenerle decorosamente. Ritengo che oggi ciò che manca al mercato immobiliare italiano sia un’offerta ben servita e con un ventaglio variegato di immobili da affittare. La necessità di avere operatori specializzati nel proporre case in affitto è assoluta e prioritaria; quello che emerge è che c’è solo una tipologia di offerta d’affitto, nella maggior parte dei casi troppo costosa e rivolta a una fetta minima di popolazione. Abbiamo bisogno di diversificazione che possa rispondere ai bisogni delle differenti intensità di grigio che, oggi, la platea delle persone in disagio abitativo presenta. Io credo che la sfida del futuro sia inventare una diversificazione all’interno del sistema dell’offerta: case meno pregiate ma economiche, che rispondano alle necessità di chi è all’inizio di un percorso migratorio, oppure di chi sta consolidando la posizione lavorativa, insomma di tutti coloro che si stanno costruendo un futuro. 

QuiPadova è un progetto promosso da Fondazione La Casa Onlusche sta dando vita a una “cittadella del benessere solidale”.Può essere una soluzione da proporre per la città del futuro?

QuiPadova nasce come risposta al problema del disagio abitativo ed è diventato un polo di riqualificazione e rigenerazione urbana, attraverso la creazione di un nuovo contesto abitativo, lavorativo e sociale. Gli inquilini sono pionieri di questo esperimento socio-immobiliare che prende forma con la creazione di una comunità di abitanti collaborativa e solidale. All’interno della cittadella abbiamo un poliambulatorio, un centro diurno per anziani e una sala comunitaria al servizio degli inquilini e delle famiglie, divenuta luogo di aggregazione per tutto il quartiere. Inoltre, c’è anche una struttura ricettiva che è la “Casa a colori”, che ospita persone che si muovono a Padova per lavoro, turismo e motivi sanitari. Mettendo insieme questi servizi, che sono animati da uno spirito di risposta ai bisogni delle persone più che a una pianificazione urbanistica e territoriale, nasce questo progetto di successo che può essere la chiave di volta per rispondere alle necessità abitative di parte della comunità.

Anche “Welfare Home” è un altro progetto proposto che può far scuola…

Welfare Home è un esperimento di housing sociale che mette al centro una palazzina con dieci appartamenti in un quartiere di Padova. La palazzina è uguale a tutte le altre, dunque non c’è nessun tipo di stigma sociale che differenzia l’edificio dagli altri. In otto di questi appartamenti ci sono famiglie segnalate dal Comune e dai servizi sociali che pagano un canone concertato e ribassato. Mentre in due di questi appartamenti è in atto una sperimentazione di “cohousing” che vede in coabitazione delle persone che da sole non riuscirebbero, sia per motivi economici che sociali, a farcela. Questo bisogno è stato evidenziato dai servizi sociali del territorio e ha trovato risposta in questa sperimentazione che comincia a dare dei frutti.

Chi sono i destinatari di questo tipo di sperimentazione?

Si tratta di maschi adulti italiani prossimi all’età pensionabile con carriere professionali interrotte, rapporti affettivi in crisi o terminati malamente. Questi individui si trovano soli, spaesati e senza strumenti che li rendano autonomi. Di conseguenza non possono pagare un affitto da soli e inoltre non hanno le capacità di condurre una vita casalinga autonoma. Un nostro educatore si reca settimanalmente da loro per aiutarli psicologicamente e, all’occorrenza, nelle cose pratiche. La possibilità di condividere un alloggio, aiuta questa tipologia di persone a superare le difficoltà mantenendo dignità e stimolo a migliorare.