L’uguaglianza non è statica: Intervista a Vincenzo Marino

Vincenzo Marino è Direttore Generale di ICN SPA, la società di consulenza e servizi aziendali di Confcooperative. È nel board dell’“A Colorni – Hirschman International Institute”, per il quale ha curato (con Nicoletta Stame) la pubblicazione di “Pratiche Possibiliste” (Rubettino), una raccolta di saggi che mostrano interessanti casi di “attivazione del cambiamento” ispirati al “possibilismo” di Eugenio Colorni e di Albert Hirschman.

Cos’è il possibilismo?

Il possibilismo è un approccio peculiare alla ricerca socio – economica e alle politiche economiche e sociali. Punta alla sistematica individuazione di soluzioni e vie d’uscita a problemi più o meno complessi, al concreto miglioramento delle condizioni di partenza, potremmo dire: “for a better world”.

L’idea di fondo è che il “possibile” sia più del “probabile” e che lo sforzo continuo per il miglioramento si avvantaggi della disponibilità di risorse disperse, nascoste o male utilizzate che vanno ricercate, attivate e coalizzate verso lo sviluppo …in tutti i campi.

Si tratta di un punto di vista elaborato a partire dagli anni ‘30 del secolo scorso da Eugenio Colorni. Inizialmente con i suoi studi di filosofo – psicologo, poi come coordinatore del Centro Socialista Interno, dove ha sviluppato e applicato pratiche per combattere il “fascismo dall’interno del fascismo”. Successivamente, attraverso il dialogo con Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi (confinati con lui a Ventotene sotto il giogo della dittatura), aprendo una prospettiva di possibile futuro impegno politico, culminato nel Manifesto di Ventotene. Infine, come uno dei leader della resistenza romana nella lotta clandestina a Roma, dove sviluppò una serie di stratagemmi, costruì alleanze, attivò relazioni, con l’obiettivo di produrre una efficace azione di resistenza contro l’occupazione nazista.

Successivamente, Albert Hirschman, suo cognato e amico, otterrà risultati simili nel campo dello sviluppo economico e democratico attraverso la “progettazione e la ricerca” di svariate soluzioni possibili ai problemi sociali ed economici. Nel suo approccio, le strade per il cambiamento sono molte e non necessariamente prevedibili … nel passaggio da “probabile” a “possibile”, c’è la benedizione nascosta della “scoperta”. Questo approccio ha prodotto in Albert una serie di osservazioni, scoperte, verifiche e pratiche attraverso le quali ha gradualmente affinato la sua capacità di vedere e mostrare come il cambiamento possa essere attivato e sostenuto.

Cos’è l’A Colorni-Hirschman International Institute? Come è nato? Quali sono i suoi obiettivi?

Una volta scomparsi questi protagonisti, noi fondatori di AC-HII abbiamo pensato che la tradizione da loro iniziata non andasse dispersa. La nostra esperienza nasce da una rete sviluppata negli anni ‘90 con l’aiuto di Albert Hirschman, nata in ambito universitario e consolidatasi con la Commissione per la regolarizzazione del lavoro irregolare del governo italiano.

L’iniziativa ha coinvolto nel tempo decine di giovani economisti e sociologi che hanno provato a cimentarsi in una azione pratica di miglioramento possibile. Un lavoro pedagogico e di costruzione comune proseguito fino ad oggi, e divenuto fonte di ispirazione ed occasione stabile di confronto (anche in parallelo all’attività lavorativa e alle singole carriere professionali) per un gran numero di persone tra i 30, i 40 e i 50 anni cresciute in questa tradizione e attualmente impegnate in varie attività, soprattutto in Campania, Calabria, Sicilia e Lazio.

L’Istituto lavora, quindi, sia sul piano dell’approfondimento teorico e della ricerca scientifica sia nella dimensione pratica di sperimentazione del possibilismo. In questo senso, A Colorni-Hirschman International Institute” è concepito come uno strumento per il miglioramento. Il suo nome (“A” C-HII invece di “The” C-HII) suggerisce che altre persone in tutto il mondo possano creare i propri Istituti Colorni-Hirschman.

Ritiene che il pensiero di Colorni e Hirschman sia ancora attuale e possa ispirare i giovani oggi?

Si tratta certo di un approccio che può essere praticato e perlustrato a partire da qualunque condizione anagrafica. Ma la risposta è affermativa, su diversi fronti.

Intanto, verrebbe da dire che si tratta di un pensiero giovane. Essendo rivolto più a “capire” che a “spiegare” la realtà e ad utilizzare ciò che impariamo nell’azione (e viceversa, ad “agire capendo”) il possibilismo ha un suo potenziale didattico e di apprendimento intrinseco. Questo approccio è figlio di una costruzione aperta, che non pretende di imbrigliare il mondo in percorsi precostituiti, ma escogita schemi e stratagemmi a partire dalla realtà. E attribuisce una grande libertà di azione al soggetto, alle sue necessità di emancipazione, coniugando il perseguimento di affermazione personale (felicità privata) e del bene comune (felicità pubblica) insieme.

Non è forse un caso che l’esperienza italiana, che si coagula intorno all’AC-HII, nasca proprio in ambito universitario e si sia rivolto largamente ai giovani e allo sprigionamento delle loro energie e talenti. E in particolare ai giovani del Mezzogiorno e al loro “scrigno” di potenzialità da sprigionare.

Il possibilismo non è un’ideologia, è piuttosto un approccio ai problemi economici e sociali la cui stella cometa è il miglioramento delle performance, ovunque e ad ogni livello. Esso implica uno sforzo di consapevolezza per chi prova a cimentarsi e contiene in sé l’idea che la nostra capacità di conoscere e capire il modo è sì limitata, ma può crescere a dismisura.

Per chi intende avventurarsi su questi percorsi si tratta, perciò, di un lavoro impegnativo perché il possibilismo richiede in chi lo pratica una grande voglia di imparare dalle esperienze che fa, di crescere, di superarsi. Di “faticare con gioia”! Queste sono caratteristiche che abitualmente si trovano più frequentemente nei giovani, assieme al desiderio di “cambiare il mondo”.

Cosa vuol dire per lei “uguaglianza”?

Se dovessi usare una schematizzazione, vuol dire: pari opportunità di emancipazione e miglioramento.

Come Albert Hirschman ha scritto, le società capitalistiche vivono di una costante dieta di conflitti, dai quali si alimentano e con i quali si confrontano. La capacità di una società di “muovere in avanti malgrado ciò che è ed in forza di ciò che è…” dipende da quanto questi conflitti siano funzionali al processo di sviluppo ed alla soddisfazione dei bisogni dei diversi gruppi sociali. E, lo dico per avvertenza, questo può avvenire in modo intermittente, specie quando questi conflitti (con le diseguaglianze che generano) sono anche territorialmente identificabili.

Io credo che la vera uguaglianza derivi dalla possibilità che le persone percepiscano il proprio futuro in chiave di miglioramento possibile e riescano progressivamente (anche faticosamente) in un lavoro di emancipazione. Si tratta quindi, di un concetto che va letto in termini “dinamici” e non statici e tenendo conto della complessità relazionale e di psicologia collettiva del paese.

Quali sono oggi, a suo avviso, le maggiori disuguaglianze in Italia?

Credo che i principali problemi siano fra loro connessi: la crescita delle povertà, lo sviluppo del Mezzogiorno (e del paese) e la ridotta e difficile mobilità verticale sociale ed economica. Il combinato disposto di questi tre problemi credo ci restituisca l’immagine di un paese che fa fatica a crescere e a riorganizzarsi, in cui le rendite di posizione (di tipo corporativo o clientelare, o anche semplicemente da rendita di posizione accumulata in campo economico) prevalgono ancora sulla necessità di vivere in un paese che offra opportunità, premi i comportamenti virtuosi, investa sui giovani, garantisca una prospettiva…

In quest’ottica, penso che esista anche un problema di affinamento di politiche induttive e responsabilizzanti che creino un ambiente “premiante” per chi si mette in gioco, che si fondino su un vero discernimento tra esigenze di assistenza, di cui occuparsi, ed esigenze di emancipazione, da porre al centro di una vera strategia di sviluppo. In fondo, ciò che serve al paese è riprendere una via dello sviluppo che chiami effettivamente a raccolta l’ampio bagaglio di energie disponibili. In questo senso, non vi è dubbio che una attenzione particolare vada dedicata all’imprenditorialità giovanile, alle startup meridionali, all’imprenditorialità popolare (anche sommersa), alla cooperazione del Mezzogiorno che rappresentano strumenti praticabili per lo sviluppo.

E questo vale ancora di più se guardiamo a come quelle diseguaglianze si dispiegano tra generi, generazioni, territori. Occorrono strategie dedicate che entrino nel merito e accompagnino la crescita delle persone. E lo stesso vale per la questione del Mezzogiorno (o meglio dei Mezzogiorni), così come per quella delle aree interne, per fare in modo che tutte le questioni di disuguaglianza vengano trattate con lo stesso criterio (uguaglianza di opportunità e imprenditorialità). Altrimenti c’è il rischio che il Mezzogiorno sia visto prevalentemente in chiave assistenzialista.

Il possibilismo è in fondo uno strumento più per registi/attori che non per fotografi, l’idea di fondo è che si possa (e si debba) agire in concreto per mitigare le diseguaglianze e favorire percorsi di sviluppo.

Nel suo saggio “Il mutare della tolleranza per le diseguaglianze di reddito nel corso dello sviluppo economico”[1], Albert Hirschman fa riferimento all’”effetto galleria”. Può spiegarci di cosa si tratta?

Quel lavoro nasce agli inizi degli anni settanta (1973), quando l’epopea dell’Economia dello Sviluppo sembrava aver esaurito la sua spinta vitalizzatrice, dall’osservazione scioccante del verificarsi di disastri politici in America Latina, proprio in paesi che sembravano essersi avviati floridamente e virtuosamente sulla strada dello sviluppo economico. Come era possibile che, nonostante l’innesco e il procedere dello sviluppo, con il conseguente miglioramento dalle condizioni di partenza di ampie fasce della popolazione, si assistesse al crollo delle democrazie, a guerre civili, all’avvento di dittature?

Di fronte a questo scenario, che nel corso degli anni ‘70 si sarebbe aggravato, Hirschman svolge uno dei suoi esercizi tipici: scavalca gli steccati delle discipline e, pur essendo economista, legge questi fenomeni attingendo ad osservazioni di tipo antropologico, sociologico, piscologico… così ipotizza che l’insorgere di conflitti derivi dal fatto che nel percorso di sviluppo cambia la percezione delle persone rispetto al loro stato di benessere e cambia in termini relativi, rispetto a quanto accade agli altri gruppi sociali. Nell’attivazione dello sviluppo si generano profonde diseguaglianze tra chi si muove verticalmente e chi ancora non lo fa. Ma il processo di cambiamento fa mutare (anche per un periodo di tempo lungo) la percezione e le aspettative degli individui che restano fermi, accrescendo la loro tolleranza verso queste diseguaglianze perché si aspettano di migliorare in un futuro prossimo. Ma se ciò non accade, il combinato disposto di aspettative che mutano e crollo della tolleranza per le diseguaglianze, potrà sfociare in tensioni politiche anche devastanti.

Così utilizza la metafora dell’”effetto galleria” e scrive: “Supponiamo che io percorra in automobile una galleria a due corsie, entrambe orientate nello stesso senso di marcia, e che m’imbatta in un brutto ingorgo di traffico. Per quanto riesco a vedere (che non è molto) nessuna automobile si muove né nell’una né nell’altra corsia. Io mi trovo nella corsia di sinistra e mi sento avvilito. Dopo qualche tempo, le automobili nella corsia di destra cominciano a muoversi. Naturalmente, il mio umore migliora considerevolmente, perché so che l’ingorgo è stato risolto, e che il turno della mia corsia verrà da un momento all’altro. Anche se sto ancora fermo, mi sento molto meglio di prima, grazie appunto all’attesa che assai presto potrò muovermi. Ma supponiamo che l’attesa venga delusa, e che soltanto la corsia di destra continui a muoversi. Ebbene, in questo caso, io con i miei compagni di sventura, sospetterò un imbroglio; a un certo punto molti di noi monteranno su tutte le furie, e saranno pronti a correggere la patente ingiustizia ricorrendo all’azione diretta (per esempio attraversando illegalmente la doppia striscia bianca che separa le due corsie)”.

Improvvisi mutamenti nella tolleranza verso le diseguaglianze dipendono poi ovviamente da altri elementi non secondari del funzionamento sociale (l’assetto istituzionale, se sia una società aperta o chiusa, la quantità di persone che “attendono”, la tendenza culturale all’unanimismo o al dissenso etc. etc.), ma, per venire ai giorni nostri, il punto è che la “coesione sociale” dipende molto da quanto chi resta fermo tende a tollerare questa condizione per un tempo più o meno lungo. A un certo punto, se non cambia nulla, si muoverà… è per questo che le società democratiche dovrebbero dedicare molta attenzione e investire adeguatamente verso forme di sviluppo “inclusivo” e meccanismi che agevolino la mobilità verticale. 

In conclusione, come si contrastano le disuguaglianze?

Costruendo giorno per giorno un ambiente che favorisca l’emancipazione delle persone, che consolidi una aspettativa di miglioramento possibile, che chiami a raccolta le energie dei giovani, offrendogli fiducia che… sia possibile!

Inventando sistemi di incentivazione, di funzionamento amministrativo, iniziative imprenditoriali che favoriscano comportamenti che contengano sia una costante attitudine al risultato sia una capacità di intercettare le energie disponibili e di sprigionarle.

Per favorire la crescita di aree meno sviluppate, a suo avviso, può essere utile partire dal rivitalizzarne la società civile?

Certamente. Pur avendo fatto una gran fatica ad affermarsi, anche tra gli economisti è ormai riconosciuto il ruolo importante del cosiddetto “capitale sociale” nello sviluppo economico.

Ma, a mio avviso, occorre avere consapevolezza di tre avvertenze.

In primo luogo, occorre stare attenti alle “mode”, evitando “innamoramenti” cui fanno seguito delusioni.

E’ bene ricordarsi sempre che la cosiddetta società civile po’ essere essa stessa “incivile”. Fuor di metafora: il problema dello sviluppo (e di uno sviluppo inclusivo, sostenibile, responsabilizzante, emancipante) è collegato intimamente ai comportamenti individuali e collettivi. Quando si approccia la tematica occorre un discernimento continuo tra comportamenti favorevoli allo sviluppo e comportamenti avversi. E non si deve commettere l’errore di “sussumere” che una cosa sia buona perché la fa la società civile. Occorre piuttosto agire per scovare il potenziale dove c’è e farlo fiorire, fortificarlo, accompagnarlo, anche metterlo in discussione perché riesca veramente. E mettere alla berlina i comportamenti anti – sviluppo: rendite di posizione, reti collusive che limitano la libertà delle persone etc.

In secondo luogo, è bene evitare di ragionare in termini di “prerequisiti”. Ovvero, di sprofondare nell’unilateralismo da società civile. Per cui potrò ottenere lo sviluppo solo se avrò prima rivitalizzato la società civile. In realtà, i punti di attacco per lo sviluppo sono molteplici e le sequenze (come una cosa conduce o non conduce ad un’altra) non sono necessariamente ordinate. Occorre perciò lavorare su più piani: sul sociale come sull’economico, sul pubblico e sul privato, sulle infrastrutture così come sulla rivitalizzazione dell’imprenditorialità popolare …. Ogni volta che si intravede una possibilità occorre lavorare perché fiorisca e si realizzi, anche controcorrente.

Infine, dobbiamo pensare che le aree meno sviluppate del paese siano “depresse” più che “arretrate”. Il concetto di depressione infatti è più efficace nel rappresentare realtà che nei comportamenti individuali e collettivi e nella percezione di sé sviluppano una tendenza prevalente alla flessione verso il basso, anche indipendentemente dalle situazioni esterne, disperdono energie e potenziale, usano male le risorse che hanno.

Sotto questo profilo, le stesse iniziative delle Fondazioni di origine bancaria, riunite in Acri – con gli strumenti pregiati della Fondazione Con il Sud e del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile –, potrebbero arricchirsi ulteriormente lavorando su target differenziati, estendendo la missione individuata a nuovi ambiti, anche con un coinvolgimento più diretto del mondo bancario di riferimento.

In fondo, il mestiere dello sviluppo è insieme quello del “rabdomante” – che va alla ricerca di energia sopita, nascosta o male utilizzata – e del “catalizzatore” che prova a coagularla a fini produttivi.

È di questo che parla la raccolta di saggi intitolata “Pratiche possibiliste”? Di cosa si tratta?

La raccolta mostra alcuni dei casi di esercizio possibilista in campi diversi (l’impresa, la pubblica amministrazione locale o centrale, le cooperative…). I casi raccolti offrono uno spaccato di “come” sia possibile attivare e padroneggiare il cambiamento in ambiti diversi. Di come concentrandosi sull’implementazione dei processi, ostacoli inizialmente insormontabili si rivelino in concreto più aggredibili. Di come, se si lavora con un “pregiudizio per la speranza” si possano ottenere risultati precedentemente insperati.

Peraltro, si tratta fortunatamente solo di alcuni degli esempi possibili. A ben vedere i casi di questo tipo sono molti di più e diffusi in molti campi. E in fondo, uno degli obiettivi di questa raccolta – che si inserisce in una più ampia collana di scritti dell’Istituto – è proprio quello di indurre il lettore interessato a pensarsi in chiave possibilista. Ad incuriosirsi verso questo approccio e provare a sperimentarlo nei propri ambiti di riferimento.

Può farci qualche esempio?

La lettura del testo spero incuriosirà il lettore anche per la varietà delle esperienze descritte. Per citare alcuni esempi, rispetto a quanto ci stiamo dicendo:

  • l’esperienza di manager di prossimità di Franco Cioffi svolta con il Consorzio cooperativo (e le cooperative consorziate) NCO nella gestione di un bene confiscato alla Camorra, mostra come sia possibile, lavorando con le imprese in chiave possibilista, scatenare e generare processi di cambiamento strategico e imprenditoriale che consentono loro un vero e proprio salto competitivo.
  • le riflessioni di Paolo Di Nola (dirigente Invitalia, già responsabile del Grande Progetto Pompei) su come sviluppare un’azione amministrativa orientata al risultato, allo sviluppo e all’efficienza sia effettivamente realizzabile. E come la stessa amministrazione possa apprendere modi di funzionare efficaci.
  • la lettera di Luca Meldolesi al Sindaco di Agerola, suggerisce modi e stratagemmi per “fare meglio con meno”, orientando l’amministrazione verso un uso sobrio e finalizzato delle risorse a disposizione.
  • l’esperienza imprenditoriale di Nicola Lamberti (cofondatore di “Trovaprezzi”) mostra come la creazione del valore nell’impresa si avvantaggi di approcci organizzativi fondati sul pieno coinvolgimento dei lavoratori, sulla valorizzazione di risorse e competenze giovani, sulla riduzione delle gerarchie interne, sul continuo stimolo creativo e orientamento al risultato.

E così via discorrendo…

La pandemia ci ha insegnato qualcosa sull’importanza del contrasto delle disuguaglianze?

La pandemia ha aperto dei potentissimi diaframmi sui problemi strutturali del paese e sulla necessità di una loro risoluzione. Credo che dappertutto abbia mostrato come le diseguaglianze contino, come sia più facile morire se non si dispone di risorse economiche, servizi, assistenza sanitaria adeguati. E paradossalmente – con la prima ondata – ciò è avvenuto innanzitutto in Lombardia. Ci ha mostrato che occorre mettere mano al ripristino di una sanità di prossimità, che il paese ha bisogno di un buon funzionamento della Pubblica Amministrazione, che non vuol dire “più Stato”, ma “meglio Stato”. Ci ha mostrato quanto sia complicato governare un paese in condizioni di emergenza con il costante “tiro alla fune” tra tentazioni centralistiche e derive autonomistiche, favorito dall’attuale struttura “a sbriciolata di millefoglie” del Titolo V della Costituzione.

Ma d’altra parte, ha anche accelerato processi evolutivi imponenti, che a condizioni normali sarebbero stati osteggiati dalle nostre “abitudini etiche ereditate”, come nel caso dell’utilizzo massivo della tecnologia nelle modalità di comunicazione. Piaccia o meno, la pandemia ci ha fatto entrare in un nuovo mondo di accresciuta incertezza… ma è anche un mondo di nuove possibilità di soluzioni a problemi che ci portiamo dietro da troppo tempo. Dobbiamo

[1] In “Ascesa e Declino dell’Economia dello Sviluppo e altri saggi” a cura di Andrea Ginzburg, Rosenberg e Sellier 1983, 1992