Riscoprire, nel migrante, l’uomo. Editoriale di Giorgio Righetti

Senza rendercene conto, e forse senza volerlo, abbiamo dato vita, nel tempo, a una nuova entità sociale: il “migrante”. Il “migrante”non esiste in natura, è un prodotto del laboratorio psico-sociale, è una sorta di involucro all’interno del quale non è possibile identificare elementi distintivi. Quando parliamo di migranti, infatti, non ci curiamo se stiamo parlando di bambini, ragazzi, adulti o anziani. Se stiamo parlando di uomini o donne. Se stiamo parlando di analfabeti, diplomati, laureati. Se stiamo parlando di persone senza abilità professionali o persone specializzate. Se stiamo parlando di persone che sono genitori, figli, nonni o soli al mondo.

Se e quanto soffrono, se e quanto sono felici. Se vivono o muoiono. I migranti sono una categoria omnicomprensiva, che annulla ogni connotazione umana, per diventare un qualcosa d’altro, di cui non ci interessa coglierne i dettagli. “Si parla sempre delle paure che gli italiani hanno degli immigrati. Nessuno parla delle nostre paure”, mi è capitato sentir dire da un’immigrata dal Ghana. E di paure, c’è da giurarci, chi decide di lasciare la propria terra, in condizioni e con le modalità a noi tutti note, deve viverne molte.

La disumanizzazione del migrante è una tra le più tragiche “opere” frutto della mente dell’uomo. Essa ci consente di convivere serenamente con la nostra indifferenza, che sarebbe altrimenti moralmente insopportabile. I social sono pieni di gattini e di cuccioli di cane abbandonati o in sofferenza a cui tutti rivolgono un amorevole sorriso. Non accade lo stesso nei confronti del migrante, che di sofferenza è maestro di vita. Le recenti notizie provenienti dai vicini Balcani, al confine tra Bosnia-Erzegovina e Croazia, ne sono una terribile, plastica rappresentazione. Notizie che si aggiungono a quelle a cui ci siamo colpevolmente abituati, della tragedia delle carceri in Libia, delle stragi nel Mediterraneo, delle condizioni dei migranti in tanti territori di confine. Il fenomeno della migrazione è straordinariamente complesso, perché coinvolge la sfera economica, sociale e culturale.

È una questione che non si presta a facili soluzioni e non aiuta neanche la considerazione che il fenomeno migratorio sia assolutamente ineluttabile. Ma non aiuta neanche l’atteggiamento cinico di chi vede, in coloro che si preoccupano del tema, degli inutili “buonisti” (quasi che essere buoni fosse divenuto un disvalore) o che se la cava con un semplice “aiutiamoli a casa loro”, sapendo che questo non può essere risolutivo. Il problema è estremamente serio e richiede scelte politiche meditate, coraggiose e concertate a livello nazionale, europeo e internazionale, che rifuggano convenienze tattiche volte solo a creare consenso. Per poterlo fare è però necessario ritornare in noi, renderci conto che il migrante è una persona e, in quanto tale, gode di diritti fondamentali che non possono essere soppressi. Dobbiamo, una volta per tutte, distruggere quella abietta creazione del “migrante” e riscoprire, in lui, l’uomo

Editoriale di Giorgio Righetti per il numero Gennaio-Febbraio delle Fondazioni