Non chiamiamola emergenza. Editoriale di Marco Aime

Ubi maior, minor cessat dicevano gli antichi latini. Infatti, l’arrivo di un nuovo “straniero”, chiamato Coronavirus, ha fatto pressoché scomparire dagli schermi e dai notiziari il tema dell’immigrazione. Dagli schermi, perché il fenomeno continua, è la nostra percezione che è mutata ed è proprio su questo che si è costruita, da oltre tre decenni, una propaganda politica criminale, che ha fomentato un astio e un’antipatia generalizzata verso gli stranieri.

Tutto questo è stato possibile grazie al fatto che l’Italia non ha mai saputo fare i conti con il proprio passato di terra di emigranti (e non solo con quello), e quando da paese di partenza si è trovato a divenire molo d’arrivo, si è scatenata una rabbia che ha fatto cadere il velo su quell’immagine autoassolutoria di “italiani brava gente” che ci eravamo costruiti negli anni, senza riflettere sul reale accaduto del passato. Da allora, il tema dell’immigrazione è sempre stato trattato, e lo è ancora dopo trent’anni, in chiave di “emergenza”, come fosse una novità, e utilizzato dalle destre come arma per fomentare paure ingiustificate. Basti pensare allo scenario, ripetutamente proposto, dell’invasione, che, a dispetto di quanto dicano i numeri, serve ad agitare lo spettro della paura, declinato in varie forme: da quella più bassa dell’occupazione degli spazi fisici e culturali, da cui l’ormai noto tormentone del “padroni a casa nostra”, a quella più ricercata del paradigma della sostituzione. La realtà poi ci dice che i numeri sono tutt’altro che preoccupanti e, al contrario, avremmo bisogno di gente giovane in un paese che invecchia come il nostro.

Tuttavia, la narrazione del pericolo risulta prioritaria, anche perché non contrastata da alcuna narrazione alternativa basata sulla solidarietà e l’accoglienza, con l’eccezione della voce sempre più solitaria di Papa Francesco. Per comprendere quanto siamo condizionati dalle retoriche dominanti, basta vedere come i media puntino continuamente l’obiettivo sul Mediterraneo, quando la percentuale di stranieri che arrivano via mare sia di poco superiore al 10%. In un recente sondaggio è stato chiesto a un considerevole numero di italiani chi sono gli stranieri in Italia. Risposte: maschi, dalla pelle nera, musulmani, provenienti da paesi molto poveri, in cerca di asilo politico.

Guardiamo ora i dati ISTAT: gli stranieri sono per la maggioranza donne, bianche, di tradizione cristiana (le badanti), provenienti da paesi non poverissimi e che sono in cerca di lavoro e non di asilo. Questo ci dà la misura di come il fenomeno dell’immigrazione, a causa di una mala informazione e di una politica scellerata, diventi un problema, anzi, “il problema” principale dell’Italia. Il non aver fatto i conti con il passato significa anche non avere mai riflettuto sulle leggi razziali di epoca fascista, e avere pertanto rimosso quella macchia che, se non approvata, è stata accettata in silenzio da tanti, troppi italiani. Questo consente di riproporre slogan, gesti, ritualità e azioni di carattere esplicitamente razzista, che avevamo creduto scomparse e che invece erano state semplicemente nascoste sotto il tappeto dell’ipocrisia

Editoriale di Marco Aime per il numero Gennaio-Febbraio delle Fondazioni