La sociologia delle migrazioni per contrastare le derive del senso comune. Intervista a Maurizio Ambrosini

Maurizio Ambrosini è professore di Sociologia delle Migrazioni presso l’Università degli Studi di Milano, responsabile scientifico del Centro studi Medì – Migrazioni nel Mediterraneo, direttore della rivista “Mondi migranti” e della Scuola estiva di Sociologia delle migrazioni. È autore di numerose pubblicazioni tra cui “Sociologia delle migrazioni” (Il Mulino 2020, terza edizione), “L’invasione immaginaria” (Laterza 2020) e curatore di “Volontari inattesi” (Erikson 2020). Lo abbiamo intervistato.

Che cosa vuol dire, oggi, essere un sociologo delle migrazioni?

La sociologia è uno strumento importante per analizzare e capire il mondo in cui viviamo. Purtroppo in Italia – ma non nel resto dei paesi avanzati – è poco considerata, persino trattata con sufficienza, rispetto a discipline che hanno una storia più lunga e uno status più consolidato. Applicare la sociologia alle migrazioni significa impegnarmi nello sforzo costante di proporre una visione il più possibile documentata e obiettiva dei fenomeni, contrastando il senso comune e le sue derive. Le migrazioni sono una materia molto popolare e discussa, ma anche esposta alla produzione di rappresentazioni enfatiche e destituite di fondamento.

Migrare è un fenomeno che ha sempre caratterizzato la vita dell’uomo. È un fenomeno globale, che non riguarda solo l’epoca che stiamo vivendo e che coinvolge il nostro Paese solo in minima parte. Quali sono le dimensioni di questo fenomeno?

È appena uscito un rapporto dell’ONU sulle migrazioni internazionali nell’anno appena terminato. Lo studio testimonia, ancora una volta, una crescita della componente dell’umanità che per varie ragioni risiede al di là dei confini del paese di cui è cittadina: siamo arrivati a quota 281 milioni, oltre 100 milioni in più di vent’anni fa, quando la cifra si attestava sui 173 milioni. I migranti internazionali rappresentano tuttavia una quota esigua degli abitanti del pianeta: il 3,6%. Gli esseri umani rimangono una specie fondamentalmente sedentaria, o comunque non avvezza ad avventurarsi troppo lontano dai luoghi di origine. Pochi immigrati arrivano dall’Africa e in generale dai paesi più poveri. Il maggiore paese di partenza è in realtà l’India, con 18 milioni di emigrati. Seguono Messico e Russia con 11 milioni e la Cina con 10 milioni. I principali protagonisti delle migrazioni sono quindi i paesi di livello intermedio, e anche in rapido sviluppo. Un problema riguarda, più che i numeri, la composizione dei flussi migratori e la loro destinazione. I rifugiati, ossia i migranti forzati, rappresentano oggi il 12% dei migranti internazionali, contro il 9,5% del 2000: crescono più rapidamente di chi sceglie volontariamente di partire. Soprattutto, nei paesi ad alto reddito, i rifugiati rappresentano il 3% circa degli immigrati, ma salgono al 25% nei paesi a medio reddito e arrivano al 50% nei paesi più poveri. È un mondo capovolto, in cui sono le regioni con meno risorse a farsi carico di chi ha più bisogno di protezione, mentre chi avrebbe più mezzi accoglie numeri assai più ridotti di persone in cerca di asilo.

La narrazione dell’immigrazione nei mezzi di comunicazione mainstream continua a essere allarmistica, emotiva e legata principalmente agli arrivi via mare, al contenimento e alla sicurezza. Questo approccio è giustificato?

L’immigrazione verso l’Italia è sostanzialmente stabile, da diversi anni. Gli immigrati sono prevalentemente donne e per metà europei. Rifugiati e richiedenti asilo sono circa 270mila, di cui 85mila nel sistema di accoglienza, su un totale di circa 5,5 milioni di residenti regolari. Le richieste d’asilo sono state 35mila circa nel 2019, poco più del 5% sul totale di quelle presentate nell’UE (circa 600mila). Gli sbarchi non sono mai stati il principale canale d’ingresso ma, dal 2017 (quando sono stati siglati i noti accordi tra il Governo italiano e quello della Libia), sono ridotti al minimo. L’approccio allarmistico, quindi, non è giustificato. Per questo ho intitolato un mio libro “L’invasione immaginaria” (Laterza 2020). Credo però che politicamente e mediaticamente l’allarmismo venga utilizzato come strumento per ottenere consenso.

La percezione sociale dell’immigrazione risulta spesso distorta rispetto alla realtà, causando la diffusione di sentimenti di rabbia e antagonismo. Come si può lavorare su quest’aspetto?

Cercare di ripristinare una conoscenza più fondata del fenomeno mi sembra il primo contributo per promuovere un approccio più equilibrato. So però che non basta. C’è un risultato emergente da molte ricerche che può offrire una direttrice complementare: ha più paura degli immigrati chi meno li conosce, chi ne ha una visione indiretta e astratta, mediata soprattutto dalla tv. Anche vari risultati elettorali nel mondo lo confermano: il voto contro gli immigrati viene dalle regioni meno toccate dall’immigrazione. Per contro, chi ha una conoscenza diretta di persone immigrate tende a mostrare un approccio più aperto e fiducioso. Ne consegue che espandendo i luoghi e le forme di incontro e conoscenza diretta e personale contrasteremo ansie e paure. Dalle associazioni al mondo sportivo amatoriale, dagli oratori alle scuole, i luoghi di aggregazione e di scambio sono una risorsa cruciale per la costruzione di una società più coesa, fiduciosa e aperta.

Tra le etichette assegnate agli immigrati c’è quella di soggetti passivi e bisognosi di sostegno: parassiti. Sappiamo invece, per esempio, che gli immigrati sono i nuovi protagonisti del volontariato, come si legge in un’indagine di CSVnet. In che modo si può superare questa visione paternalistica per riscoprire il loro ruolo attivo nella società?

Noi chiamiamo immigrati soltanto gli stranieri soggiornanti percepiti come poveri. Mai quelli che arrivano da paesi sviluppati o che sono individualmente riscattati dall’eccellenza in qualche campo di attività: affari, scienza, arte, sport. Ne deriva che gli immigrati, in quanto poveri, o sono considerati minacciosi (arrivano per portarci via qualcosa), oppure bisognosi di assistenza (arrivano per chiedere aiuti di vario genere). Dobbiamo invece restituire loro la dignità di soggetti capaci di partecipare attivamente alla società. Con il lavoro e con forme di impegno liberamente scelte, che possono andare dai sindacati, alle associazioni, della politica all’ambito religioso. Vedo come particolarmente significativo il ruolo dell’associazionismo pro-sociale, come palestra d’integrazione e cittadinanza dal basso. Questo però richiede alle associazioni una capacità di apertura, accompagnamento, valorizzazione. Potrei dire che sono chiamate a realizzare anzitutto al loro interno quella visione accogliente e inclusiva che cercano di promuovere nella società esterna.

In che modo descriverebbe la politica migratoria in Italia negli ultimi anni?

In termini generali, il pilastro della politica migratoria italiana sono state le sanatorie che, dopo una pausa di alcuni anni, nel 2020 sono tornate in auge. Ne abbiamo fatte 8 dal 1986 ad oggi. Lo Stato italiano, con governi di vario colore, tende a legalizzare gli immigrati una volta che sono arrivati (perlopiù come turisti, non dal mare) e che hanno trovato un datore di lavoro disposto ad assumerli formalmente. Negli anni scorsi è avvenuto però qualcosa di peggiore: l’individuazione dei rifugiati come minaccia per il paese, insieme all’identificazione dell’immigrazione con gli sbarchi dal mare. Una sovrapposizione assai persistente e difficile da smontare. La criminalizzazione delle ONG, una scelta che richiama analoghe misure di diversi governi autoritari nel mondo, ne è stata una conseguenza inquietante. Ricorderei anche che l’individuazione di una componente dell’immigrazione come un pericolo sociale è una tendenza purtroppo ricorrente nel nostro dibattito: è toccato agli albanesi a fine anni ’90, ai rumeni dieci anni dopo, ai mussulmani in maniera ricorsiva. Ora è il turno dei giovani africani.

L’ultimo studio del centro di ricerche Idos afferma che la distribuzione diffusa degli immigrati ha fatto sì che, a livello locale, la convivenza tra immigrati e autoctoni spesso funziona. Bisogna partire da queste esperienze per governare il fenomeno?

È vero, ma non è tutta la verità. L’Italia è un paese policentrico, con aree provinciali dinamiche e altre più periferiche, ma anche per questo capaci di accogliere. In Italia l’immigrazione è meno concentrata sui poli metropolitani rispetto a tanti altri paesi sviluppati. Detto questo, le ricerche internazionali mostrano che gli immigrati di solito tendono a raggiungere i luoghi dove vivono altri loro parenti e compatrioti, per trovare appoggio e opportunità di socializzazione. La presenza di reti sociali coetniche favorisce il loro inserimento nel mercato del lavoro, e questo vale anche per i rifugiati. La dispersione sul territorio, che a noi appare rassicurante, per loro può essere psicologicamente devastante. Penso per esempio alle madri che non lavorano e rimangono isolate

C’è un modo per governare l’immigrazione che vada oltre le politiche di accoglienza e di integrazione?

L’UE, con la libera circolazione dei cittadini dei paesi membri, in realtà ha già mostrato che un’apertura ragionevole dei mercati del lavoro offre benefici ai paesi riceventi, a quelli di origine e alle persone che ottengono il diritto di spostarsi. Oggi, un paese come la Germania ha riaperto le porte all’immigrazione per lavoro, con qualifiche intermedie e a determinate condizioni, come la conoscenza della lingua tedesca. Al CNEL (Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro) abbiamo elaborato una proposta che va nella stessa direzione, cominciando da una maggiore apertura verso l’immigrazione stagionale.

Di fronte a questo scenario, quali le prospettive per i prossimi decenni?

A mio avviso, le prospettive future sono quelle di una continuazione di questo trend di moderato incremento del fenomeno, attraverso politiche migratorie assai selettive e sperequate. Non c’è nessuno tsunami umano alle porte, semmai molta ingiustizia nello ius migrandi, a cui dovremmo impegnarci a porre rimedio

Dal numero di Gennaio-Febbraio della rivista Fondazioni