Diritto alla felicità (e al rafting sulla Dora)

La società è fatta di persone diverse, ognuna con del potenziale da tirare fuori, in relazione alle proprie condizioni. Senza pietismo, riconosciamo ai disabili la dignità di persone, per poi scoprire l’apporto inestimabile che possono dare alla società». Sono parole forti quelle di Diana Brusacà, Vicepresidente della Fondazione AUT AUT, una realtà che ha dato ai giovani autistici l’opportunità di sperimentarsi in percorsi professionali e di autonomia.

AUT AUT sta infatti per “Autonomia Autismo”, ma richiama anche la locuzione latina “o… o”, che indica l’esistenza reale di un’alternativa: «Anche nel mondo della disabilità esiste un’alternativa di riconoscimento della persona, di riscatto e di possibilità di una vita diversa». La Fondazione Aut Aut ci è riuscita, dando ai giovani con disabilità la possibilità di poter scoprire le proprie potenzialità, di uscire dalla solitudine e di poter raggiungere un buon livello di autonomia.

Lo ha fatto coinvolgendoli nella conduzione di due strutture ricettive alla Spezia: Sant’Anna Hostel e Luna Blu.  Il primo è un campus agri-sociale immerso nel verde, nel quale i soggiornanti possono assistere alle attività di coltivazione e allevamento. In questo campus sono attivi una quindicina di ragazzi autistici, che si occupano della cura degli spazi, dei servizi di ospitalità, oltre che delle attività di agricoltura e allevamento. Luna Blu è una struttura più grande, con dieci camere, un servizio di ristorazione e al suo interno lavorano una cinquantina di ragazzi che, coinvolti in diversi laboratori, imparano a produrre pasta fresca ed essiccata, pane, pizza e dolci. Alcuni di loro vivono al suo interno, grazie a un programma finalizzato a far sperimentare loro l’autonomia, realizzato in accordo con la ASL locale.

 

 

«Per i ragazzi che vi partecipano – continua Diana Brusacà – vuol dire avere un piacevole impegno lavorativo: “piacevole” perché sentono le strutture come casa; “impegno” perché riempie le loro giornate; “lavorativo” perché trovano soddisfazione e riconoscimento in quello che fanno». Lo conferma Pietro in una recente testimonianza, uno dei ragazzi che lavora come cameriere presso Luna Blu, che ha scoperto per caso l’esistenza di questo progetto tramite un amico. «È stata una delle prime volte in cui mi sono detto “Voglio provare”. Ed eccomi qui, già da un anno.  Finora è andato tutto bene, speriamo continui perché il lavoro dà soddisfazione, ti fa sentire utile, interessante. Il lavoro ti dà uno scopo».

Dare un’opportunità di lavoro ai ragazzi disabili significa riconoscere la loro dignità e aprire percorsi di autonomia alle persone che fanno più fatica a conquistarla. «Una dignità fatta di piccoli passi – afferma il presidente della Fondazione Aut Aut, Paolo Cornaglia Ferraris in una recente intervista – come prendere l’autobus, lavorare, comunicare con persone diverse». Non solo lavoro, il progetto Aut Aut anima anche il loro tempo libero, «che è fondamentale per qualsiasi giovane adulto, e quindi anche per un ragazzo autistico, nonostante proponga modelli di comportamento non facilmente interpretabili e accettati dalla società».

 

 

I primi a stupirsi del potenziale che i ragazzi tirano fuori con questo progetto sono proprio i genitori, coloro che più li conoscono, che li supportano e che stanno al loro fianco da sempre. Lo testimonia Laura, una volontaria di Aut Aut, mamma di un ragazzo autistico di 16 anni, nel programma di Rai2 “L’Italia che fa”: «Non pensavo che gli autistici potessero fare quello che fanno qui. Lo dico sempre: ero convinta di sapere tutto sull’autismo, in quanto mamma di un ragazzo autistico. In realtà, mi sono resa conto che non sapevo nulla». Il presidente Cornaglia Ferraris racconta, infatti, lo stupore dei genitori quando gli operatori hanno organizzato una giornata in montagna per far provare ai ragazzi l’esperienza del rafting sulla Dora. «Ci hanno dettoCome fate a portare i ragazzi in montagna a scivolare giù sulle rapide della Dora? Siete matti?”  No, non siamo matti: non c’è stato un ragazzo che non sia stato attentissimo alle indicazioni del suo istruttore e hanno persino dimenticato le loro modalità “strane” di muovere le mani e la testa, talmente erano concentrati su questa nuova esperienza avventurosa ed entusiasmante. Così, siamo tutti scivolati sulla Dora in gommone e non è successo nulla».

Le famiglie coinvolte in Aut Aut si sentono infatti accomunate «da un percorso iniziale di sofferenza e solitudine, nel prendersi cura dei propri figli, al vedere finalmente realizzato il loro diritto alla felicità», come confida la vicepresidente Diana Brusacà. Per vedere realizzato il loro “diritto alla felicità”, il lavoro di rete è imprescindibile. Non a caso, la Fondazione Aut Aut nasce dalla collaborazione delle associazioni già attive e operanti autonomamente, che si sono raccordate grazie alla Fondazione Carispezia, che ha agito da collettore di idee e buone pratiche. In risposta alle esigenze dei ragazzi affetti da autismo, e patologie correlate, emerse dalla collaborazione con A.G.A.P.O. Onlus e Fondazione Il Domani dell’Autismo, la Fondazione ha realizzato le due strutture alla Spezia nell’ambito dei propri “investimenti correlati alla missione”.

 

 

Un’esperienza come ce ne sono tante altre nel Paese, che si candida a diventare un modello, nel modo di dialogare con i ragazzi, nel valorizzare le attività di gruppo e nella formazione professionale delle persone disabili. Percorsi necessari per giungere alla sfida più grande: «L’ultimo miglio è la loro vita “dopo di noi” – confida Roberto, uno dei padri e volontari in una recente intervista – Questo è infatti il chiodo fisso di noi genitori: tutto quello che facciamo è proteso al loro futuro. Con Aut Aut questo futuro ci sembra più roseo».