Carcere: passaggio transitorio o marchio indelebile?

Intervista a Patrizio Gonnella, presidente dell’associazione Antigone

In una lettera di Altiero Spinelli a Pietro Calamandrei, il primo scriveva: “Dal punto di vista della società il carcere è un metodo come un altro di tener fuori dal consorzio civile quella determinata frazione dell’umanità che non è capace di rispettare certe leggi vigenti e che costituisce perciò un pericolo per la permanenza della società stessa.” Cosa è per lei il carcere?

Prima di tutto mi fa molto piacere partire da questa conversazione fra Altiero Spinelli e Pietro Calamandrei, io ho avuto la fortuna di contribuire alla ripubblicazione di un testo fondamentale del 900: “Bisogna aver visto”,  un numero monografico della rivista il Ponte diretta da Pietro Calamandrei e pubblicato nel 1949 che conteneva contributi di persone che durante il precedente ventennio avevano subito l’esperienza tragica della carcerazione e che ovviamente avevano la capacità di raccontare questa esperienza, come nel caso di Altiero Spinelli.

Calamandrei voleva chiedere al parlamento una inchiesta e una riforma del sistema carcerario italiano, in un momento storico in cui ancora il carcere era ancora governato dal regolamento del 1931 ma avevamo già l’articolo 27 della Costituzione che spingeva verso una pena da un lato essere rispettosa della dignità umana dall’altro tesa alla reintegrazione sociale del condannato. Questo anche e soprattutto alla luce dell’esperienza di carcerazione che alcuni costituenti avevano avuto. Io penso che tutti i giovani dovrebbero leggere quei testi perché sono dei manifesti che non hanno perso attualità. 

È proprio Spinelli che si rifà al concetto di utilità e ci racconta come non sia utile tenere una persona in carcere per tanto tempo perché poi quella persona si adatta alla vita carceraria che è una vita ovviamente anomala rispetto alla vita esterna. Necessariamente più passa il tempo più sarà difficile reintegrare quella persona in società nel modo in cui la società 

Per capire cos’è il carcere bisogna averlo visto quindi, e questi autori lo avevano visto e lo sapevano raccontare. Per capire che cos’è il carcere non ci si può solo affidare a come il carcere è descritto dalle norme bensì bisogna guardare al carcere reale 

Probabilmente non ci siamo inventati ancora niente di meglio del carcere per punire quindi il carcere ci sembra ancora inevitabile. Noi però dovremmo cercare di uscire da tutti gli elementi di inutili afflizione e di sofferenza eccessiva. Dovremmo cercare di tornare a una idea di carcere che consista solamente in una parentesi non stigmatizzante della vita mentre oggi è una parentesi, più o meno lunga, che colpisce soprattutto i più vulnerabili e che si accompagna a pene accessorie che rendono complesso il ritorno legale in libertà. La pena del carcere non finisce con l’ultimo giorno di pena carceraria ma il detenuto se la porta addosso sulla propria pelle. Noi dovremmo cercare di ritornare ad una idea di pena carceraria dotata di senso. In questo modo potremmo dire di essere tornati agli insegnamenti di Beccaria.

Nella sua esperienza, come viene visto il carcere nel dibattito pubblico? Che immagine si offre del detenuto?

Purtroppo c’è un linguaggio che nel tempo si è allontanato da quella che è la nostra Costituzione. Dire “bisogna buttare la chiave” o che una persona “deve marcire in galera” significa esplicitare una dissonanza con l’articolo 27 della Costituzione che dice le pene non devono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Invece purtroppo nel dibattito vediamo un declino nel linguaggio, dovremmo recuperare non il politically correct ma il costitutionally correct. 

Questo dovrebbe essere dovere di tutti. È un errore interpretativo dire che l’articolo 27 della Costituzione si rivolge solo ai giudici che devono fare eseguire la pena o ai direttori di carcere che gestiscono una prigione, si rivolge all’intera comunità. Ci sono dei luoghi comuni totalmente sganciati dal dato statistico reale e dall’indagine qualitativa: non è vero che in Italia nessuno va a finire in carcere, abbiamo tassi di detenzione uguali a quelli tutti i paesi europei, addirittura superiori rispetto all’area del nord Europa. I tassi di affollamento sono tra i più alti nell’area europea, soprattutto per chi compie reati di basso profili criminale che evidenziano la natura sociale dei criminali. Tanti sono i reati di strada, spaccio, furti commessi da persone che sono escluse dal sistema sociale ed economico. Non è vero quindi che non esiste la pena così come non è vero che in carcere si sta bene “perché c’è la televisione”. I detenuti dovrebbero avere una una vita che assomiglia alla vita vera, scandita da momenti rilevanti e da relazioni significative di tipo affettivo. Solo così possiamo dire che il carcere può svolgere quella funzione di sostegno e di recupero sociale che è obiettivo costituzionale.

Che situazione emerge dall XVII Rapporto di Antigone sulle condizioni detentive, pubblicato a marzo 2021 dopo quasi un anno di pandemia?

È stato un anno duro per tutti, anche fuori dal carcere, associazioni come la nostra non devono mai dimenticare “il fuori” dobbiamo avere uno sguardo ampio e sicuramente è stata una condizione generale di tragedia e di fatica. Parlando delle carceri però ci sono state situazioni drammatiche sin dall’inizio: se percepisci un sintomo non hai rassicurazioni rapide, non hai internet, puoi guardare la TV ma se pensiamo ai primi mesi quando si diceva che bisognava stare distanziati con mascherine, in carcere non c’era possibilità di distanziarsi e non c’erano mascherine. È aumentato l’isolamento dai contatti più a lungo dei due mesi di lockdown, meno incontri con i volontari, la scuola che a volte funzionava a volte no e così via. Fortunatamente la tecnologia è finalmente arrivata anche dentro al carcere mentre prima non era possibile videochiamare.

Il tasso di contagi all’interno è stato superiore che all’esterno, in questo momento (14 aprile 2021) ci sono circa 900 detenuti positivi su 54000 presenti e 800 persone dello staff penitenziario. Ovviamente il fatto che l’età media della popolazione carceraria sia bassa fa sì che il tasso di mortalità ed ospedalizzazione sia più basso ma ci hanno raccontato storie di carceri dove c’è una condizione di disperazione come a Rebibbia Femminile dove c’è stato un focolaio e ci sono donne chiuse per un mese da sole in una cella senza nessun contatto e con una capacità di comprensione di quello che sta accadendo molto limitata rispetto a chi sta all’esterno. In generale l’affollamento è solo parzialmente ridotto; sono 7mila i detenuti in meno grazie ad alcuni provvedimenti governativi, seppur di minimo impatto ma interpretati in modo esteso dalla magistratura di sorveglianza. Così è calata la popolazione detenuta. Infine ovviamente ci sono anche meno reati, soprattutto meno reati di strada. 

La pena di un detenuto, oggi, finisce con l’uscita dal carcere?

La risposta, ad oggi, è no. Faccio un esempio che potrebbe apparire poco pertinente ma in realtà ha un’analogia pedagogica: se un genitore sospende la paghetta a un figlio lo sta punendo per qualche motivo ma non lo marchierebbe mai a vita per questo. Oggi se esci dal carcere, invece, è molto difficile tornare ad una vita normale. Inoltre noi dobbiamo assicurare che la legge venga rispettata anche dentro al carcere perché se le carceri sono luoghi dove si possono subire abusi, i detenuti contraggono una sindrome di vittimizzazione e cominciano a chiedersi “se non la rispetta lo Stato la legge, perché dovrei farlo io?”.

Non da ultimo è fondamentale rafforzare il sistema di istruzione, perché è giusto insegnare un lavoro ai detenuti, ma se non si insegna il senso del lavoro e del rispetto degli altri non funziona. Se si offre la possibilità di andare a fare lavori sotto qualificati una volta usciti, con retribuzioni di 800 euro al mese, non si è competitivi con i guadagni dell’attività criminale. Il lavoro da solo non è sufficiente, la scuola insieme al lavoro è determinante.

La Ministra Cartabia ha dichiarato che il carcere deve essere invocato in extrema ratio, cosa ne pensa di questa posizione?

Molto importante che questa dichiarazione sia arrivata dalla ministra Marta Cartabia che conosciamo e rispettiamo da tempo. Il carcere deve essere extrema ratio, dobbiamo assolutamente evitare che l’unica pena che comminiamo e poi facciamo eseguire sia quella carceraria perché poi la sovrabbondanza di detenuti rende impossibile il rispetto dell’articolo 27 della Costituzione. Inoltre dobbiamo essere proporzionali, cioè guardare al bene offeso dal reato e al bene che si perde con la con la carcerazione. Dobbiamo immaginarci che si possano applicare sanzioni diverse dal carcere fin dal momento della sentenza, cosa che oggi avviene dopo un periodo di detenzione. Dobbiamo tornare a quel diritto penale minimo che grandi studiosi hanno elaborato nel 900 e che non sia tutto fondato sul carcere. Il carcere dovrebbe essere previsto quando non possibile comminare un’altra pena, dovremmo modificare quella parte del Codice Rocco che si affida quasi esclusivamente alla pena carceraria, è un codice del 1930, potremmo ambire a riformarlo. 

Quali sono gli esempi positivi ai quali guardare per migliorare le condizioni dei detenuti?

Prima di tutto va detto che, come in tutti gli ambiti, questi progetti dipendono da moltissime varianti, dai Direttori delle carceri, dagli operatori, dal rapporto che esiste tra il carcere e il territorio esterno. Ovviamente ci sono tanti esempi positivi ma rimangono delle eccezioni mentre dovrebbero diventare la regola. Dalla maggiore libertà di azione sul modello scandinavo a percorsi di studio nelle università, ognuna di queste attività rappresenterebbe l’inizio di un percorso per migliorare il sistema, certamente non darebbe risultati immediati ma per risolvere problemi strutturali c’è bisogno di tempo.

La pandemia ci ha costretto a grossi passi indietro o è un’occasione per fare dei passi avanti sul tema del carcere e della detenzione?

Bisogna assolutamente evitare che si facciano passi indietro. Non dobbiamo perdere questa occasione dell’innovazione tecnologica che finalmente è arrivata in carcere e deve rimanere. Inoltre sarà fondamentale utilizzare bene le risorse che stanno arrivando soprattutto per portare nelle carceri nuovo entusiasmo e nuova motivazione attraverso i tanti giovani che si laureano nelle nostre università e che hanno voglia di fare gli educatori, i direttori e anche i poliziotti. 

Dal numero Marzo-Aprile della rivista Fondazioni