Il senso della pena

Un paio d’anni fa, la Corte Costituzionale ha organizzato un’inedita iniziativa dal titolo “Viaggio nelle Carceri”. Per alcuni mesi, i giudici costituzionali hanno visitato gli istituti di pena italiani, da San Vittore a Nisida, da Rebibbia a Secondigliano, incontrando i detenuti, conversando con loro e, insieme a loro, visitando le celle e gli spazi di vita quotidiana all’interno delle carceri. I giudici hanno spiegato i fondamenti della Carta e hanno risposto alle domande dei detenuti. L’iniziativa si può rivivere attraverso un intenso documentario realizzato dalla Rai, che ha accompagnato alcune tappe di questo percorso.

Il viaggio nelle carceri si è concluso a Roma, nel Palazzo sede della Consulta, con una cerimonia molto particolare. I ragazzi detenuti nel carcere minorile di Nisida di Napoli hanno cucinato e mangiato insieme ai giudici e alle altre autorità istituzionali. Ma il mangiare assieme, che già di per sé ha un altissimo valore simbolico e umano di condivisione, non è stato il culmine della mattinata. Il momento più alto di tutto il viaggio è stato vedere ed ascoltare i ragazzi, emozionatissimi, leggere ad alta voce i brani della Costituzione, dopo i discorsi ufficiali delle istituzioni. Sentir pronunciare le parole che compongono le fondamenta della nostra Repubblica, da giovani in condizione di privazione della libertà, ribadisce il valore intatto e attualissimo di un testo visionario, la cui conoscenza e applicazione, spesso mancata, deve fungere da monito e da guida per tutti. Le parole della Carta sono richiamate da quasi tutti gli interlocutori che abbiamo coinvolto in questo numero di Fondazioni.

Parlando dell’attuale condizione carceraria italiana, risulta quasi imprescindibile ripartire dalla visione che ebbero i padri costituenti dopo vent’anni di dittatura, e dalla funzione rieducativa che essi intesero affidare al carcere, con lo scopo primo di accompagnare i detenuti verso la riammissione nella società. Nonostante gli sforzi compiuti negli ultimi anni, è evidente che lo scenario delle carceri italiane è ben lontano da quello immaginato nel 1948. Sovraffollamento, condizioni di vita non sempre dignitose, edifici fatiscenti e mancanza di programmi rieducativi caratterizzano gran parte degli istituti di pena del Paese. E la pandemia ha reso ancora più evidente l’insostenibilità di questa situazione. Oggi, quando un cittadino italiano, a seguito di una sentenza, si trova privato della libertà personale per una fase della sua vita, sembra di colpo perdere alcuni dei suoi diritti fondamentali: il diritto di vivere in maniera dignitosa, di coltivare i propri affetti, di studiare, di lavorare.

Le condizioni in cui oggi vivono la maggior parte dei detenuti, di fatto, precludono qualsiasi prospettiva di rieducazione e di reinserimento nella società e, dunque, vanno in senso contrario al mandato dei padri costituenti. Esistono esperienze che tentano di mitigare questo triste scenario – e che racconteremo nelle pagine che seguono – ma occorre ripensare il senso di giustizia e il ruolo che il Paese intende attribuire al carcere, tenendo come monito la nostra Carta costituzionale.«Vengo da Nisida, non sono mai uscito da Napoli e ora vado a Roma a leggere la Costituzione!» esclama orgoglioso un ragazzo in viaggio verso la Capitale, ripreso in una scena del documentario. Nonostante la condizione di privazione di libertà, il ragazzo è orgoglioso, perché riscopre – o scopre per la prima volta – che, nonostante sia detenuto, mantiene il proprio diritto di cittadinanza, la propria dignità e la prospettiva di un futuro più roseo. Nonostante abbia commesso un reato, può leggere ad alta voce la Costituzione italiana e le più alte istituzioni dello Stato lo stanno ad ascoltare. Questo è il senso della pena che, forse, dovremmo smettere di dimenticare

Dal numero Marzo-Aprile della rivista Fondazioni