Carcere: dalla punizione all’inclusione

In Italia è molto diffusa la cultura secondo la quale è giusto che chi ha agito il male, ha commesso un reato, sia retribuito con il male. Credo sia questa la causa ultima che determina le condizioni di vita dei detenuti: se chi sbaglia deve pagare subendo il male, il carcere è organizzato in modo che chi vi è rinchiuso soffra. Sono eccezione gli istituti penitenziari nei quali sia garantito lo spazio vitale (in senso proprio), sia data una reale possibilità di curare l’igiene personale e dove la tutela della salute non soffra eccezioni. L’affettività è generalmente negata. I detenuti passano gran parte del loro tempo costretti in una cella (meno di 12 metri quadri, comprensivi del “bagno”, spesso per quattro persone), senza che sia dedicata particolare cura al trattamento di riabilitazione, alla quale la pena dovrebbe tendere, secondo la nostra Costituzione.

La realtà di fatto è molto lontana dal coincidere con le prescrizioni dell’articolo 27, secondo il quale “Le pene non possano consistere in trattamenti contrari al senso di umanità”. In che cosa consiste il senso di umanità? Forse ce ne dà un indizio l’art.13 che, nel penultimo capoverso, stabilisce che “è punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà”. Vediamo, dunque, che la Costituzione non adotta l’idea della pena come retribuzione: si tratta di una conseguenza ovvia, evidente, del principio stabilito dall’articolo 3: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”.

Se tutte le persone sono degne, indipendentemente – tra l’altro – dalle condizioni personali e sociali, lo sono anche i detenuti, ai quali conseguentemente vanno garantiti i diritti fondamentali (art. 2) che non confliggano con la tutela della collettività. La nostra Carta Fondamentale attribuisce alla giustizia il senso che la pervade tutta, la tensione all’inclusione e al superamento del conflitto. Fa l’opposto di quel che fa il carcere, permeato della cultura dell’esclusione, che crea rancore e perpetua il conflitto. Col risultato che il 68% di coloro che lo hanno subito vi fanno ritorno, mentre il tasso di recidiva per coloro che sono stati sottoposti a misure alternative alla detenzione è decisamente inferiore. Se dunque si osservasse compiutamente l’ordinamento penitenziario, rendendolo ancor più inclusivo (come previsto dalla legge delega del 2017, che non ha trovato se non parzialissime realizzazioni), se si favorisse l’accesso alle misure alternative alla detenzione, e il carcere (reso umano e indirizzato al recupero della capacità di stare con gli altri) diventasse davvero l’extrema ratio per chi sia pericoloso, e soltanto finché duri la pericolosità, ci guadagnerebbe anche la sicurezza dei cittadini.

Perché succeda è necessario lavorare sulla cultura e sull’educazione, rendendosi conto che il carcere è anche l’esasperazione del “ti punisco così impari” applicato spesso in famiglia e nella scuola. Perché la scuola – per esempio – possa insegnare ai giovani che è fondamentale riconoscere la dignità altrui, in qualsiasi caso, anche di coloro che hanno commesso un reato, è necessario che la scuola stessa diventi meno escludente e che chi ci lavora pratichi, e mostri che pratica, la cultura del riconoscimento dell’altro. Non si tratta di un percorso breve, ma non esistono, a mio parere, alternative.

 

Editoriale di Gherardo Colombo, giurista e scrittore, per il numero Marzo-Aprile della rivista Fondazioni