Tre proposte di riforma

Riccardo Arena cura Radio Carcere, una rubrica che va in onda su Radio Radicale ogni martedì e giovedì, alle ore 21. Il programma nasce dalla volontà di dare costanza all’informazione sul processo penale e sulla detenzione.

Cosa è per lei il carcere? È un drammatico paradigma, che dimostra un cedi-mento dello Stato di diritto.

In che senso? Nel senso che proprio in quei luoghi come le carceri, dove si viene rinchiusi per aver violato la legge, spesso la legge dello Stato è violata e regna l’arbitrio che di-venta quotidiano abbandono della persona detenuta.

Una grave anomalia? Certo! Un’anomalia che, non solo tradisce una delle finalità costituzionali della pena, ma che mina la nostra sicurezza. Oggi, infatti, la maggior parte delle persone detenute esce dal carcere peggiore e non migliore rispetto a quando sono entrate. E questo perché in car-cere si vive nell’ozio forzato, perché la pena è diventata un tempo sospeso, a volte disperazione e non un tempo utile per cambiare vita. Un tempo sospeso che è anche costoso per lo Stato.

Perché costoso? Perché spendiamo quasi 3 miliardi di euro all’anno per mantenere il degrado, per produrre criminalità e non sicurezza.

La Ministra Cartabia ha dichiarato che il carcere deve essere invocato in extrema ratio, cosa ne pena di questa posizione? È la giusta prospettiva. Ma per tradurla in realtà credo si debba intervenire su tre aspetti. Innanzitutto, intro-durre il cosiddetto “numero chiuso per le carceri”, ovvero stabilire per legge che la capienza regolamentare di un penitenziario non può essere mai superata. Inoltre, razionalizzare il sistema sanzionatorio. Infine, fornire al giudice di primo grado pene diverse da quella detentiva, comprese le misure alternative.

Come si supera il carcere? Credo che occorra pensare a nuovi e diversi modelli detentivi. Oggi abbiamo tante vecchie galere che sono del tutto inadeguate. Poi abbiamo costosissime carceri nuove, che sono una la copia dell’altra e dove la detenzione resta, appunto, un tempo sospeso. Ed infine abbiamo pochissime strutture che funzionano, nate come esperimenti, ma che da anni restano tali… Come dire in Italia ciò che funziona resta un esperimento!

Che fare allora? Spendendo in modo sensato i fondi del Recovery Fund, si dovrebbero mettere a regime quei pochi modelli detentivi virtuosi e allo stesso tempo, servirebbe un approccio dinamico e non statico. Ovvero, pensare a strutture diverse tra loro a seconda della tipologia della persona detenuta.

Ad esempio? Strutture focalizzate sulla formazione e sul lavoro, strutture specializzate per seguire persone tossico-dipendenti e una sorta di “alberghi sicuri” per chi è sottoposto a misura cautelare e non è pericoloso.

Questa pandemia ha cambiato il carcere daco-me lo conoscevamo? Il Covid poteva, e credo doveva, essere un’opportunità per capire e affrontare tante problematiche che affliggono le carceri. Così non è stato, ma guai a perdere la speranza!

 

Dal numero Marzo-Aprile della rivista Fondazioni