Ma finora dove hai vissuto?

La prima volta che sono entrato in quella sala dove si faceva teatro, ho sentito un fuoco dentro. Quel momento mi piace chiamarlo “il mio battesimo”». Aniello Arena, noto attore di cinema, che ha debuttato nel 2012 con il film Reality di Matteo Garrone, per il quale ha ottenuto il Nastro d’argento come miglior attore protagonista, racconta così il suo primo incontro con il teatro. Inizialmente era difficile alzarsi, perché la vergogna e la paura del giudizio altrui lo tenevano inchiodato alla sedia. Seppure fermo, osservava attentamente le attività che venivano proposte: «Il mio corpo era fermo ma sentivo la mia anima alzarsi». Così, dopo aver trascorso un anno da semplice osservatore, finalmente Aniello si alza e comincia a muovere, oltre che l’anima, anche il suo corpo. Uno “sblocco” che arriva per un’attività che mai avrebbe pensato potesse smuoverlo: un ballo sensuale. Dopo aver osservato alcuni dei suoi compagni provare, Aniello si alza e si cimenta in quel ballo. Non ci sono dubbi, è proprio lui la persona adatta a quel ruolo. Quella danza, per lui così inusuale e quasi inconcepibile («per la mentalità che avevo all’epoca»), ha come un effetto liberatorio.

Le domande, che i primi approcci con il teatro avevano lasciato affiorare in Aniello, ora lo invadevano completamente a fine giornata. «All’inizio mi spaventavano, mi chiedevo il perché. Poi ho cominciato a riempirmi di quelle domande, a riflettere su me stesso, a mettermi costantemente in discussione. Era un turbine di emozioni e di energie. Ricordo che ho iniziato a sentire un gran senso di benessere che cresceva ogni giorno. Più andavo avanti più la paura scompariva e iniziavo ad aprirmi al confronto con gli altri, ad esprimere le mie idee sui temi proposti durante le ore di teatro. Imparavo sempre cose nuove, attraverso i testi, i dialoghi, le discussioni. Il lavoro con la fisicità, poi, mi permetteva di esprimere tutto me stesso, di uscire fuori. Non c’erano copioni, non c’erano forzature: tutto era lasciato alla spontaneità del linguaggio del corpo. Solo dopo si mettevano le parole. Tutto mi arrivava così forte addosso che mi sembrava di essere entrato in un’altra dimensione, tanto da chiedermi spesso: “Anié, ma finora dove hai vissuto?”». La forza catartica e umana del teatro ci permetterebbe di raccontare questa storia senza ag-giungere un’informazione: tutto è successo in una piccola sala del carcere di Volterra, dove, nel 1999, Aniello era detenuto.

Potremmo però proseguire senza questa specificazione perché «Il teatro serve all’uomo, non solo ai detenuti, è una scoperta continua e un’opportunità di crescita per tutti, per chi lo fa dentro e fuori il carcere». Spesso, quando si parla di teatro in carcere, non si pensa ai veri e propri percorsi artistici che si svolgono solitamente nei teatri, ma a piccoli laboratori che si spera possano riuscire nel loro intento riabilitativo o di reinserimento sociale. La Compagnia della Fortezza ha invece voluto portare il teatro, con tutta la sua potenza artistica e rigeneratrice, nell’unico intento di sperimentarla e lasciarla alimentare in un luogo non convenzionale. Parlare di teatro come riabilitazione significa svuotare del suo valore un’arte capace di coinvolgere e accomunare tutti, al di là dei luoghi, delle storie, delle condizioni attuali delle persone. Non escludendo le ripercussioni positive che un’esperienza del genere possa generare nel percorso di un detenuto, come spiega chiaramente Aniello, «Se avessi dovuto fare teatro per riabilitarmi all’inserimento sociale non lo avrei fatto perché avrebbe comportato la necessità di dimostrare, di dare conto, rischiando di dissimulare un cambiamento in realtà non avvenuto. Andando a teatro io non stavo dimostrando nulla a nessuno, dimostravo solo a me stesso». Gli effetti positivi sul suo percorso in carcere sono venuti solo dopo un lento e radicale cambiamento dentro di sé. Aniello lo descrive come un effetto domino, per lui, per gli altri detenuti partecipanti, così come per tutto il mondo del carcere. Arrivato trent’anni fa con il suo progetto di teatro al carcere di Volterra, Armando Punzo non era ben visto né dagli agenti di polizia penitenziaria né dai detenuti. Tuttavia, il direttore del carcere dell’epoca, Renzo Graziani, ha creduto e sostenuto il suo progetto.

Con il tempo, il carcere ha cominciato a trasformarsi, a piccoli passi ma inesorabili. Una trasformazione iniziata dal cambiamento che ogni detenuto stava vivendo personalmente tramite il teatro. «Ognuno di noi sentiva di vivere un’esperienza speciale, quindi tutti volevamo salvaguardarla. Quando uscivamo per andare in tournée con la compagnia, lo facevamo tramite la cosiddetta “semilibertà”, che ti permette di uscire e svolgere un’attività lavorativa: esci, svolgi il tuo lavoro e ritorni in carcere. Ovviamente, sei sottoposto ai controlli e se ti allontani dal luogo in cui stai svolgendo le tue attività perdi questo diritto. Nessuno si è mai permesso di infrangere le regole, perché nessuno avrebbe mai voluto rinunciare a quelle esperienze. Tutti coloro che hanno cominciato a fare teatro, hanno cambiato il loro atteggiamento nei confronti della reclusione, sono cambiati i rapporti con gli agenti di polizia penitenziaria e, quindi, l’aria del carcere». Passo dopo passo, continuando a lavorare con la Compagnia della Fortezza, Aniello esce dal carcere da attore e da attore continua la sua vita fuori il carcere. Dopo Reality, Matteo Garrone lo richiama per Dogman, ma partecipa anche a La paranza dei bambi-ni di Claudio Giovannesi, Fiore gemello di Laura Luchetti, Martin Eden di Pietro Marcello e, di nuovo da protagonista, in Ultras di Francesco Lettieri. «Grazie a questo percorso ho acquisito i miei strumenti per prendere il volo. Questi progetti ci devono essere in carcere perché se non ci sono persone disposte a sstenerti, a farti scoprire diverso, a stimolarti, a credere in te, dove vai da solo?».

 

Dal numero Marzo-Aprile della rivista Fondazioni