L’autodeterminazione batte lo sfruttamento. Intervista a Marco Omizzolo.

Il 18 aprile 2016 è una data storica per i lavoratori agricoli di tutta Italia: è il giorno del più grande sciopero di braccianti immigrati del Paese. Protagonisti sono stati i braccianti dell’Agro Pontino, l’area in provincia di Latina in cui, da trent’anni, vive una comunità di oltre 30 mila indiani, soprattutto Sikh, impiegati prevalentemente nei campi, in condizioni di grave sfruttamento. Allo sciopero, organizzato per reclamare condizioni di vita dignitose e salari equi, hanno partecipato oltre 5mila braccianti, uomini e donne, che hanno manifestato nel centro del capoluogo, Latina, sotto la sede della Prefettura. Da quel giorno qualcosa, seppur lentamente, ha cominciato a cambiare. Innanzitutto, le prime denunce seguite dai processi. A innescare questa metamorfosi ha contribuito in maniera determinante il lavoro di Marco Omizzolo, sociologo Eurispes e docente di Sociologia delle migrazioni all’Università Sapienza di Roma, che da anni approfondisce le vicende della comunità sikh dell’Agro Pontino. Per farlo, si è anche infiltrato nelle campagne, per vivere direttamente le condizioni di lavoro e di sfruttamento a cui sono sottoposti i braccianti. Da questa ricerca è nato il libro “Sotto padrone. Uomini, donne e caporali nell’agromafia italiana” (Feltrinelli, 2019) e il premio assegnatoli del Presidente Mattarella di “Cavaliere della Repubblica”.

Come sono cambiate le condizioni di vita dei braccianti dallo sciopero del 2016?

Dieci anni fa lo scenario delle aziende agricole dell’Agro Pontino era caratterizzato dalla prevalenza diffusa di forme di emarginazione e di sfruttamento lavorativo. Oggi la situazione è dentro un chiaro-scuro estremamente liquido, con sacche di grave illegalità e alcune esperienze, invece, di emersione verso la legalità. Questa è la conseguenza di un faticosissimo percorso di emancipazione, a cui ha contribuito anche la mia attività di ricerca-azione condotta nel territorio in un rapporto stretto con la comunità indiana. Oggi, si può affermare, che il sistema non è migliorato o peggiorato rispetto al periodo precedente allo sciopero del 2016 ma è più complesso. Ci sono alcune imprese che sono sempre rimaste nella legalità e che rispettano i diritti dei lavoratori e dell’ambiente (due ambiti che vanno di pari passo); altre che sono uscite dall’illegalità, iniziando a riconoscere questi diritti; altre ancora che continuano a rimanere in un’illegalità sofisticata (che comprende forme di sfruttamento nella piena illegalità e forme di sfruttamento anche grave pur in presenza di un regolare contratto di lavoro), come ampiamente dimostrato dalle numerose e avanzate inchieste della Procura della Repubblica di Latina e delle Forze dell’ordine.

Esiste consapevolezza diffusa nel territorio delle condizioni di sfruttamento in atto?

La comunità indiana è presente in questo territorio dalla metà circa degli anni Ottanta. Fino al 2016, c’è stata una “indifferenza strumentale” da parte della cittadinanza locale anche per via di relazioni sociali e lavorative funzionali coi protagonisti del sistema di sfruttamento dei braccianti immigrati (gli stessi imprenditori sfruttatori, avvocati, consulenti del lavoro, commercialisti, ecc.): “So che esiste questo fenomeno, ma non voglio approfondire…”, in sostanza. Altri concittadini, invece, davano una lettura sostanzialmente “folkloristica” di questo fenomeno, assumendo un atteggiamento caritatevole e a volte anche caricaturale, che impediva di interrogarsi sulle reali condizioni di vita  e di lavoro dei lavoratori e delle lavoratrici migranti. Il 2016 è un punto di svolta. Il 18 aprile c’è stato il più grande sciopero di immigrati impiegati in agricoltura mai organizzato in Italia, che ha visto la partecipazione di oltre 5mila braccianti, che hanno manifestato a Latina, sotto la sede della Prefettura, con una grande risonanza internazionale. Ci sono state inchieste giornalistiche che hanno interrogato perfino l’allora Ministro dell’Agricoltura Maurizio Martina. Nessuno poteva più dire di non sapere. Tutti hanno dovuto prendere una posizione. In quella manifestazione, in piazza con i 5mila braccianti indiani, c’erano appena quindici italiani circa (me compreso)! In seguito, ci sono state altre mobilitazioni e, grazie all’attività della Cgil, la presenza degli italiani è andata crescendo progressivamente. Questo è il segnale di un grave isolamento che viveva la comunità indiana.

Come ha risposto il territorio allo sciopero del 2016?

Ci sono state risposte a diversi livelli. C’è stata, innanzitutto, una risposta di sistema, che è la legge 199 del 2016, contro lo sfruttamento in agricoltura e non solo: la legge più avanzata in Europa per contrastare questo fenomeno. Sancisce la responsabilità penale del datore di lavoro per lo sfruttamento, mentre prima la responsabilità era imputata al solo caporale, senza risalire la catena di comando. Questa legge ha ora, ovviamente, un forte effetto deterrente, perché prevede forme di confisca e sequestro dei beni degli imprenditori che delinquono. Questa legge ha contribuito a indurre la “migrazione” di molte aziende e cooperative agricole dall’illegalità alla legalità o a forme più sofisticate di illegalità. Poi ci sono le denunce individuali. Io stesso ho accompagnato oltre 150 braccianti (prevalentemente indiani, ma anche italiani e africani) a sporgere denuncia. Tutto questo ha contribuito a innescare ispezioni, vertenze sindacali e presa di consapevolezza diffusa, producendo un reale cambiamento. A differenza di quello che si pensa generalmente, l’agricoltura nel Pontino non si basa sulla triade datore di lavoro-caporale-lavoratore, ma si fonda su un network che comprende avvocati, commercialisti, consulenti del lavoro, professionisti che sanno interpretare le nuove norme, elaborando soluzioni sempre più sofisticate e utili al sistema padronale. È inoltre in atto un processo di sostituzione dei braccianti indiani – che hanno sviluppato un certo grado di consapevolezza dei propri diritti – con, soggetti ancora più fragili, ad esempio i richiedenti asilo ospiti nei Centri di accoglienza. Questi ragazzi sono arrivati nel nostro Paese da pochissimo, spesso non parlano italiano, sono isolati e non sono in grado di difendersi. Questa è oggi una sfida importantissima.

Perché un sociologo e non un sindacalista si occupa dei diritti dei lavoratori migranti?

Alla base del mio lavoro c’è l’approccio metodologico che deriva dalla “Pedagogia degli oppressi” del grande pedagogista brasiliano Paulo Freire e da qulla “maieutica” di Danilo Dolci. Il loro insegnamento ci ricorda che fino a quando io, italiano occidentale, mi metto al vertice di un sistema verticistico, ponendo dietro di me coloro che sono vittime dello sfruttamento, replico un approccio coloniale e dirigista. L’approccio giusto deve essere un altro ed è quello che prevede lo stare accanto alle vittime, affinché possano decidere autonomamente la direzione del loro cammino. Condividere lo stesso spazio, tempo, fatiche, aspettative, frustrazioni e desideri è lo strumento pedagogico e sociologico più avanzato, secondo me, per generare il cambiamento, come affermava Gandhi, che vogliamo vedere nel mondo. Ciò significa camminare accanto a queste persone, non facendo un percorso per loro, ma con loro. Il percorso può sfociare nella decisione di denunciare, di continuare a lavorare in quelle condizioni oppure di riprendere la migrazione verso un’altra regione del Nord Italia. Ma questa decisione spetta esclusivamente a loro, non a me. Bisogna dunque accettare anche l’eventuale accondiscendenza del lavoratore indiano migrante verso il datore di lavoro sfruttatore, perché è espressione della sua volontà o il tradimento di sedicenti capi della comunità indiana, prima battaglieri contro i padroni italiani e i loro connazionali indiani e poi invece capaci di stringere accordi, anche economici, con loro. Il sindacato infine ha giocato un ruolo centrale ma sconta, almeno nel Pontino, ancora gravi contraddizioni, lentezze e aporie contenutistiche che a volte lo imbrigliano nella comprensione della complessità del fenomeno e in pratiche non sempre chiare.

La comunità di appartenenza può giocare un ruolo in questo processo di autodeterminazione o si tratta di un percorso esclusivamente individuale?

La dimensione familiare, comunitaria e religiosa, incidono profondamente, sin dall’origine del percorso migratorio in India. Io, ad esempio, ho organizzato decine di incontri all’interno dei templi indiani della provincia di Latina, al termine della funzione religiosa. Mi sono inserito all’interno di quella comunità di uomini, donne, bambini e anziani, ricordando a tutti loro che quella comunità era presente nel nostro Paese non solo dalla metà degli anni Ottanta, ma già dagli anni Quaranta, quando, durante la guerra di liberazione dal nazifascismo, gli indiani costituivano le linee più avanzate dell’esercito inglese e molti di loro sono sepolti nei cimiteri militari italiani (ad esempio a Roma e a Cassino). Questo elemento, che può sembrare di poco conto, è invece storico, identitario, culturale, religioso ed è per questo molto potente, perché palesa un elemento di appartenenza. Questo permette loro di non sentirsi più immigrati e meno alieni, per espressione di volontà e sacrificio dei loro avi che hanno combattuto e morti in Italia per darci democrazia e libertà: si sono infatti sentiti parte del processo di conquista della democrazia di questo Paese.

Per prendere coscienza dei propri diritti di lavoratori è indispensabile che ci sia una dimensione collettiva?

Senza dubbio è in corso un processo di atomizzazione e di individualizzazione del mondo del lavoro, che rompe qualsiasi schema di classe e di appartenenza. Inoltre, i ritmi particolarmente intensi del lavoro, anche agricolo, rendono difficoltoso lo scambio e l’interazione tra i lavoratori. Ma con i rider è successo qualcosa di straordinario. Durante l’attività di consegna, i rider lavorano in solitaria. Eppure, durante ad esempio le pause e per mezzo dell’attività sindacale, hanno iniziato a socializzare le comune fatiche e le relative deprecabili condizioni lavorative a cui erano sottoposti. Così sono nate alcune importanti vertenze e denunce presso i tribunali del lavoro. A Milano, è importante, la Procura della Repubblica ha applicato proprio la Legge 199 contro lo sfruttamento del lavoro, nata nelle campagne dalle rivendicazioni dei braccianti, anche alle società multinazionali delle consegne, per il trattamento che riservavano ai rider delle città. Questo, come sappiamo, ha innescato, come ho scritto numerose volte sulla rivista dell’Eurispes, un percorso per un nuovo inquadramento normativo anche di queste forme di lavoro. Il tema del lavoro e dei diritti è molto più vivo e mobile di quanto comunemente si pensi.

Nel 1948, i padri costituenti fondarono sul lavoro la nascente Repubblica. Cosa significa questo per lei oggi? In riferimento al lavoro, a suo avviso, il testo della Carta è ancora attuale? Gli obiettivi che poneva restano ancora da perseguire?

La Costituzione italiana è un testo vigente ed è un riferimento imprescindibile. Ma attenzione. L’Alto Commissariato Onu per il diritto al cibo e quello sulle nuove forme di schiavitù, che ho avuto l’onore di accompagnare nelle campagne dell’Agro Pontino, hanno riconosciuto diffuse forme di sfruttamento e, a volte, di riduzione in schiavitù! Ci sono processi in corso per questo. È chiaro che se c’è schiavitù (in Italia, nel 2021), allora non c’è lavoro, non c’è democrazia, non c’è Repubblica, ma c’è una violazione sistematica dei diritti della persona. L’Osservatorio Placido Rizzotto su Agromafie e Caporalato ha calcolato che oggi in Italia ci sono 180mila persone, impiegate in agricoltura, che vivono condizioni di grave sfruttamento lavorativo. L’80% di questi sono migranti. Questo non vuol dire che l’articolo 1 della Costituzione non sia più attuale, ma che è ancora necessario un grande lavoro culturale, politico e sociale perché quell’articolo si realizzi pienamente. Non dobbiamo attualizzare la Costituzione all’oggi, ma attualizzare l’oggi alla Costituzione, cioè portare le condizioni di vita e di lavoro di tutti al livello di civiltà e di diritti immaginato dai Costituenti.

Dal numero di Maggio-Giugno 2021 della rivista Fondazioni.