Adriano Olivetti e la Comunità (educante)

Sarebbe giunto prima o poi, Adriano Olivetti, che ha fatto della Comunità il cardine del suo pensiero e della sua azione, a parlare anche di “comunità educante”, nell’accezione odierna? Crediamo sicuramente di sì. I prodromi c’erano tutti, se già, con riferimento alla scuola, nel manifesto programmatico del “Movimento Comunità” da lui fondato nel 1947, si diceva “il Movimento Comunità pensa a una scuola largamente decentrata, più intimamente legata alle Regioni e alle Comunità, e richiede l’autonomia didattica e disciplinare dell’ordine degli insegnanti statali”. E allora, navigando nell’amarezza del ciò che è per approdare alla certezza del ciò che avrebbe potuto essere, forti quindi dell’avallo del grande uomo di cui Altiero Spinelli, in occasione della sua scomparsa disse: “aveva la completezza, persino nella mistura di saggezza e pazzia, dei grandi del Rinascimento”, ci addentriamo brevemente nel descriverla, questa comunità educante, magari proprio azzardando lo stile e il pensiero di Adriano Olivetti: La Comunità educante è l’espressione del più alto senso di responsabilità collettiva e individuale nei confronti dell’uomo e del suo futuro. È l’impegno di tutti e di ciascuno, all’interno della Comunità concreta, nell’accompagnare, porgendogli la mano, il percorso di crescita e di maturazione di ogni bambino e di ogni ragazzo. La scuola, prima di tutto, ma anche la società organizzata, le associazioni, i comitati, e quindi l’università, le amministrazioni locali, gli anziani, gli artisti e gli scrittori, i cittadini in genere e, soprattutto, i genitori e gli stessi bambini e ragazzi, al tempo stesso discenti e docenti. Ogni pezzo di sapienza e di sapere, di conoscenza specifica e generale, di esperienza tecnica e quotidiana, di comportamenti e di azioni, devono essere armonicamente messi al servizio della crescita di bambini e ragazzi. La scuola può fare molto, ma, da sola, non può fare tutto. La Comunità, di cui la scuola è parte integrante, può invece farlo. L’agire dovrà rivolgersi in due direzioni. La prima, volta al completamento dei contenuti educativi, di quelli che non si insegnano a scuola, di quelli che riguardano gli ambiti più dell’essere che del sapere, che si forgiano più con l’esempio che con l’insegnamento. La seconda, orientata al sostegno di coloro che hanno bisogno di più attenzioni perché sono più fragili, perché non hanno il privilegio di vivere in famiglie agiate o acculturate, perché la sorte non è stata generosa con loro. Gli uomini e le donne di domani saranno il risultato del lavoro che la Comunità sarà in grado di fare oggi nei confronti di bambini e ragazzi. E la Comunità di domani sarà il risultato delle qualità culturali, politiche e umane di quegli uomini e di quelle donne che abbiamo aiutato a crescere.

Utopia, direte voi. Beh, “Il termine utopia è la maniera più comoda per liquidare quello che non si ha voglia, capacità, o coraggio di fare. Un sogno sembra un sogno fino a quando non si comincia da qualche parte, solo allora diventa un proposito, cioè qualcosa di infinitamente più grande” (Adriano Olivetti)

Dal numero di Settembre-Ottobre 2021 della rivista Fondazioni.