Uguaglianza, partenza e meta. Intervista a Monsignor Carlo Roberto Maria Redaelli

Monsignor Carlo Roberto Maria Redaelli è Arcivescovo di Gorizia e presidente della Caritas Italiana. Di seguito la sua intervista per Dialoghi sull’Uguaglianza.

Cosa significa per lei “Uguaglianza”?

Uguaglianza è insieme un dato di partenza e una meta. Un dato di partenza: la stessa dignità di persona che spetta o ogni uomo e a ogni donna, sempre e comunque. È quanto ci ha ricordato papa Francesco con l’enciclica “Fratelli tutti”. Una dignità, che come afferma la Bibbia fin dall’inizio, è fondata sul fatto di essere tutti creati a immagine e somiglianza di Dio. Ma l’uguaglianza è anche una meta, perché per una serie di cause, gli uomini e le donne non solo sono positivamente diversi – la diversità di doni che ognuno ha da mettere a servizio degli altri -, ma sono anche negativamente diversi: mentre molti hanno abbondanza di risorse e di opportunità a tutti i livelli, altri vivono una povertà di risorse anche di quelle assolutamente necessarie per la vita oltre che tutta una serie di svantaggi e di limitazioni. La pandemia in corso sta evidenziando con crudezza tutto ciò. Papa Francesco ha ricordato che dopo la pandemia “Il rischio è che ci colpisca un virus ancora peggiore, quello dell’egoismo indifferente”. Così ci ha indicato una chiara direzione per affrontare i nuovi problemi che presenta l’evolversi della società in tutto il paese e nel mondo intero. Occorre pertanto ascoltare e osservare per comprendere meglio le cause e le conseguenze dell’attuale situazione di molti poveri, dove la pandemia del coronavirus si è aggiunta a tante altre cause di disuguaglianza già esistenti e che la crisi sanitaria ha solo aggravato. Anche i disastri ambientali, sempre più gravi ed evidenti, colpiscono anzitutto i poveri, come sempre papa Francesco ha sottolineato nell’enciclica “Laudato si’”. Discernere come Dio ci sta chiamando a rispondere, mobilitarsi e agire per una migliore cura delle persone più vulnerabili, contribuendo a far sì che la società che rinascerà al termine della pandemia sia più sicura, più giusta, più equa, più umana. Si tratta di un impegno che deve essere corale per un’inversione di rotta, all’insegna di un nuovo equilibrio tra ambiente e lavoro, tra aspetto ecologico e aspetto sociale, al di là dei confini delle nostre comunità e della Chiesa stessa, nella consapevolezza che il Vangelo riguarda tutta la persona e tutte le persone. Come fare tutto questo? Lo stesso papa Francesco, nell’udienza del 26 giugno 2021 per i 50 anni di Caritas Italiana, riconfermandone il mandato, ha indicato tre strade da seguire: «Ricordatevi, per favore, di queste tre vie e percorretele con gioia: partire dagli ultimi, custodire lo stile del Vangelo, sviluppare la creatività». Ecco allora le sfide che abbiamo davanti: guardare e raccontare sempre la storia dalla prospettiva dei più poveri, mantenere lo stile della carità evangelica senza fare mai venire meno la “parresia della denuncia”, declinare in modo costante quella che San Giovanni Paolo II ha chiamato “fantasia della carità”, ricercando costantemente, con l’aiuto dello Spirito, idee nuove, adatte ai tempi che viviamo. Tenendo sempre al centro, a partire dal linguaggio che utilizziamo, “la cura” dell’altro, delle relazioni, per superare le culture della contrapposizione violenta, dell’indifferenza e dell’apparenza. Papa Francesco ci ha ricordato che non bastano i “like” per vivere: c’è bisogno di fraternità, c’è bisogno di gioia vera che nasce dalla condivisione.

Chi già viveva in condizioni di fragilità prima della pandemia da Covid-19 ha attraversato un peggioramento delle proprie condizioni. In che misura e chi?

I dati dell’ultimo Rapporto Caritas “Oltre l’ostacolo”, presentati lo scorso ottobre, sono in linea con le statistiche ufficiali. Rilevati dalle 218 Caritas diocesane sul territorio, espressione delle rispettive Chiese locali, ci dicono che in dodici mesi (nel 2020) la rete Caritas, potendo contare su 6.780 servizi a livello diocesano e parrocchiale, e oltre 93mila volontari a cui si aggiungono circa 1.300 volontari religiosi e 833 giovani in servizio civile,  ha sostenuto più di 1,9 milioni di persone. Di questi il 44% sono “nuovi poveri”, persone che si sono rivolte al circuito Caritas per la prima volta per effetto, diretto o indiretto, della pandemia. Ma la crisi socio-sanitaria ha acuito anche le povertà pre-esistenti: cresce anche la quota di poveri cronici, in carico al circuito delle Caritas da 5 anni e più (anche in modo intermittente) che dal 2019 al 2020 passa dal 25,6% al 27,5%; oltre la metà delle persone che si sono rivolte alla Caritas (il 57,1%) aveva al massimo la licenza di scuola media inferiore, percentuale che tra gli italiani sale al 65,3% e che nel Mezzogiorno arriva addirittura al 77,6%. Siamo quindi di fronte a delle situazioni in cui appare evidente una forte vulnerabilità culturale e sociale, che impedisce sul nascere la possibilità di fare il salto necessario per superare l’ostacolo.  Il 64,9% degli assistiti dichiara di avere figli; tra loro quasi un terzo vive con figli minori. Il dato non è affatto irrisorio se si immagina che dietro quei numeri si contano altrettante, o forse più, storie di povertà minorile che ci sollecitano e allarmano. Rispetto alle condizioni abitative, oltre il sessanta per cento delle persone incontrate (63%) vive in abitazioni in affitto, Il 5,8% dichiara di essere privo di un’abitazione, il 2,7% è ospitato in centri di accoglienza. Percentuali queste ultime che si legano chiaramente alla condizione degli “homeless”, i cui numeri anche per il 2020 risultano tutt’altro che trascurabili. Le persone senza dimora incontrate dalle Caritas sono state 22.527 (pari al 16,3% del totale), per lo più di genere maschile (69,4%), stranieri (64,3%), celibi (42,4%), con un’età media di 44 anni e incontrati soprattutto nelle strutture del Nord.

Quali sono le maggiori disuguaglianze nel nostro Paese? E quali sono le strade da intraprendere per contrastarle?

Le statistiche ufficiali sulla povertà, fornite da Istat e vari organismi internazionali dimostrano come in questo tempo ci sia allontanati rispetto a molti degli obiettivi dell’Agenda 2030 di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite. In particolare rispetto al contrasto alla povertà (goal 1), solo in Italia si contano oltre 1milione di poveri assoluti in più rispetto al pre-pandemia, arrivando al valore record di persone in stato di povertà assoluta, 5,6 milioni (pari a 2milioni di nuclei familiari).

L’incidenza delle famiglie in povertà assoluta si conferma più alta nel Mezzogiorno (9,4%), anche se la crescita più ampia, registrata da un anno all’altro, si colloca nelle regioni del Nord (dal 5,8% al 7,6%).

Negli ultimi dodici mesi si rafforza lo svantaggio di minori e giovani under 34. Questo non può dirsi di certo una novità correlata alla crisi attuale anche se in essa sembra trovare nuova linfa e quindi ulteriori margini di peggioramento.  In valore assoluto oggi in Italia si contano 1 milione 337mila minori che non hanno l’indispensabile per condurre una vita quotidiana dignitosa. Tra i minori sono soprattutto ragazzi e adolescenti a sperimentare le maggiori criticità, in particolare le fasce 7-13 anni e 14-17 anni. La povertà minorile non può lasciare indifferenti, costituisce infatti la forma più iniqua di disuguaglianza: in primo luogo perché incolpevole, ma anche per gli effetti di lungo corso che produrranno sulla vita dei ragazzi, soprattutto in termini di opportunità. Appare pregiudicato l’oggi e al contempo anche il loro domani.

In termini di tipologie familiari, lo stato di disagio economico appare strettamente associato al numero di componenti, mentre la mancanza di istruzione continua ad essere tra i fattori che più influiscono sullo stato di deprivazione. Un ultimo aspetto importante da richiamare è il dato sulla cittadinanza, che denota forti disuguaglianze tra italiani e stranieri residenti, acuite negli ultimi dodici mesi.

Come contrastare questi squilibri? È indispensabile che i benefici della crescita economica siano distribuiti in modo da ridurre quanto più possibile le disuguaglianze che si sono approfondite a causa della pandemia. Senza lasciare nessuno indietro. Questo sarà l’impegno della Caritas, dentro uno scenario ecclesiale più ampio: il cammino di riflessione e condivisione di tutta la Chiesa che, accogliendo l’invito di papa Francesco, si interroga sulla sinodalità. Vogliamo farlo a partire proprio dai giovani, che papa Francesco nell’udienza per i 50 anni di Caritas Italiana ha definito «le vittime più fragili di questa epoca di cambiamento, ma anche i potenziali artefici di un cambiamento d’epoca». Dando spazio alla loro creatività e al loro protagonismo, che si è evidenziato durante la pandemia.

All’indomani della pandemia quali le linee programmatiche dei nuovi interventi e quali le maggiori criticità e sfide da affrontare nella lotta alle disuguaglianze?

Nella fase di programmazione in cui ci troviamo, con le risorse del PNRR che sono in parte giunte al nostro paese e che verranno destinate alla realizzazione di una ampia gamma di interventi di diversa natura – in linea con la prevalente, anche se spesso poco messa in rilievo, funzione pedagogica e di animazione dell’organismo pastorale Caritas – provo ad evidenziare alcune piste di intervento. In primo luogo le organizzazioni di terzo settore, le associazioni presenti sui territori possono svolgere un ruolo fondamentale come cerniere fra i cittadini e il mondo delle istituzioni, attraverso la “presa diretta”, la capillarità che hanno sulle vite delle persone e quella relativa agilità organizzativa che permette loro di svolgere una serie di funzioni che i servizi pubblici, soggetti a maggiori vincoli economici e burocratici, potrebbero non riuscire a garantire. Ebbene questa funzione di avvicinamento, accompagnamento, traghettamento è oggi più che mai cruciale per ricomporre il divario fra pubbliche amministrazioni e cittadini e in particolare i cittadini in condizione di esclusione e marginalità. In secondo luogo va ribadita da tutti i soggetti – dalle amministrazioni pubbliche, dai cittadini, dal mondo produttivo e dalle associazioni – la necessità di coinvolgimento e partecipazione della gente nella raccolta dei bisogni e nella concretizzazione dei progetti del Piano.

Quanto conta il rapporto con il territorio e il coinvolgimento della comunità nel combattere emarginazione e fragilità?

Come dicevo le organizzazioni sul territorio possono svolgere un ruolo di traino, di sprone, di stimolo, proprio in ragione del contatto diretto che hanno con i bisogni, le richieste, ma anche con le aspettative più profonde delle persone. Dunque anche le Caritas possono e devono candidarsi a svolgere questo ruolo di catalizzatori della partecipazione locale. Perché rientra nel loro specifico servizio (animare i contesti locali alla testimonianza della carità) e perché questa è l’unica strada adeguata al tempo che viviamo per far riemergere un senso di comunità a partire dalla condivisione di un rischio comune. La pandemia è stata un rischio che ha accomunato tutte e tutti. Adesso tutte e tutti siamo chiamati a costruire insieme la prospettiva di ripresa. Non possiamo rassegnarci a vivere il PNRR come un adempimento burocratico privo di ricadute sulle vite delle persone. È necessaria invece vigilanza, attenzione e attiva presenza sui territori per monitorare il modo in cui verranno realizzate le opere infrastrutturali e calcolato il loro impatto sociale, come si realizzerà la transizione digitale – se sarà inclusiva o se approfondirà le disuguaglianze -, come verranno disegnati e attuati i programmi di formazione al lavoro, come saranno realizzati i servizi di inclusione sociale previsti, il grado di apertura che le pubbliche amministrazione acquisiranno nei confronti dei cittadini.

Ciò che le nostre comunità saranno dopo la conclusione della pandemia, che purtroppo è ancora in corso, sarà anche il risultato di ciò che in questo momento abbiamo la possibilità di continuare a tessere sia in cifra di servizi resi come, anche, di pedagogia in atto nei confronti delle persone, puntando soprattutto sui giovani. Mantenendo sempre uno sguardo globale e “adottando lo sguardo dei poveri”, come ci ha detto Papa Francesco durante l’incontro per il cinquantesimo di Caritas. Solo così possiamo aderire meglio ai bisogni concreti delle persone e costruire, con chi è deputato a farlo, le risposte più adatte che aiutino a realizzare miglioramenti concreti, nel funzionamento dei servizi, nel disegno delle politiche, nella creazione di programmi di intervento sociali.