Il fascino discreto della ricerca

Nell’immaginario collettivo, la parola “ricerca” è avvolta da un’aura di romanticismo, dal sapore quasi mistico. Ma che cos’è che rende questa parola così affascinante, al punto da far pronunciare a tutti, ma proprio tutti, indipendentemente da appartenenze politiche, culturali, religiose, di genere, di colore e chi più ne ha, più ne metta: “ci vorrebbe più ricerca”? Che cos’è che attribuisce a questa parola il potere taumaturgico di guarire tutti i nostri mali? Difficile a dirsi, ma si potrebbe azzardare un’ipotesi, premettendo che, quando tutti parlano di ricerca hanno solitamente in mente quella scientifica, mentre è bene precisare che essa abbraccia un ben più vasto ambito che va dall’universale all’intimo dell’animo umano. L’ipotesi è che questa parola, e l’attività che essa sottende, combini con maestria una serie di ingredienti di gran pregio, la cui amalgama ne potenzia straordinariamente il valore collettivo. Il primo ingrediente è la forza di volontà. La ricerca è complessa, è difficile, richiede tempo e fatica, necessita e impone una ferrea disciplina. Solo una straordinaria dedizione, una profonda convinzione, una indefessa tenacia, un’immensa forza di volontà possono dare corpo all’intuizione che è la miccia di innesco di ogni attività di ricerca. Il secondo ingrediente è il rischio. La ricerca non garantisce l’esito positivo; nella ricerca il fallimento è sempre in agguato, si insinua nei dettagli trascurati, nelle condizioni non considerate, nell’esaurimento delle risorse materiali e mentali, negli ostacoli naturali o in quelli artificialmente creati da chi non la condivide. All’alta intensità dello sforzo, nella ricerca, non necessariamente corrisponde un basso rischio di fallimento. Ma, per il ricercatore, il fallimento, si sa, non è che una piccola battuta di arresto di un percorso inarrestabile. Il terzo ingrediente è l’esplorazione dell’ignoto. Quando si fa ricerca, non si è certi dell’esistenza di ciò che si cerca. Si fanno delle ipotesi e sulla base di esse si avvia il titanico sforzo a cui sopra si faceva riferimento. La ricerca è un sentiero sconosciuto, che si percorre nella più nera delle notti e di cui non si conosce la destinazione. La si può, al più, immaginare. Infine, l’atto di fede, o meglio, di fiducia. Questo ingrediente, il più importante: da solo neutralizza tutte le immani fatiche e le avversità disseminate lungo ogni percorso di ricerca e che sconsiglierebbero anche il più intrepido degli intrepidi a intraprenderne il cammino. L’atto di fiducia è ciò che consente al ricercatore di andare avanti: è la profonda convinzione che il suo sforzo e il suo coraggio verranno, alfine, premiati. Non è vana speranza, ma è molto di più: è una combinazione di amore e psiche, capace di smuovere le montagne. Ora, ritornando con i piedi per terra, dovremmo ammettere che sopra si è esagerato un po’. La ricerca, in fondo, è fatta da persone normalissime che semplicemente con dignità e impegno, fanno i propri tentativi, in un susseguirsi di prove ed errori che a volte possono essere premiati. Ma a noi, inguaribili romantici, la ricerca piace pensarla così: uno slancio ideale verso l’ignoto, muniti della sola lanterna di Diogene che illumina la conoscenza sul mondo e su noi stessi

Editoriale del direttore generale di Acri Giorgio Righetti

Dal numero Gennaio-Febbraio della rivista Fondazioni