La scienza è scomoda e faticosa, ma è l’unica strada per migliorare la vita di tutti. Intervista a Telmo Pievani

Si basa sull’incertezza e sull’errore, ha bisogno di tempi lunghi, procede per ipotesi e approssimazioni progressive, si fonda sulla cooperazione, rifiuta le verità definitive. La scienza sembra essere lontanissima dal modello imperante nella società contemporanea, basato su tempestività, certezze e individualità. Potrebbe sembrare che la scienza sia ormai fuori dal tempo, eppure ancora genera nuova conoscenza, continuando a migliorare la vita di tutti. Pensiamo soltanto ai vaccini anti-Covid. Su questi e tanti altri temi, abbiamo dialogato con Telmo Pievani, filosofo della scienza ed evoluzionista dell’Università di Padova, molto noto anche per la sua attività di divulgatore.

Professore, il tema di questo numero di Fondazioni è “scoperta”. La società contemporanea sembra dominata da certezze e previsioni in tutti i campi. Perché la scienza continua a studiare l’ignoto? Cosa ci resta da scoprire? Cosa vuol dire – come scrive nel suo ultimo libro “Serendipità. L’inatteso della scienza” – “coltivare l’imprevedibile”?

L’elemento sorprendente della scienza è che non si può mai dire cosa ci resti da scoprire, anzi. Quando si comunica la scienza, spesso ci si dimentica di dire che è fondata proprio sulla continua apertura di nuove imprevedibili prospettive. Ogni risposta a vecchie domande ne apre delle nuove. È un gioco infinito e imprevedibile. Vent’anni fa nessuno avrebbe previsto ciò che oggi abbiamo scoperto, ad esempio sull’editing genetico. Per suo statuto, la scienza ha sempre a che fare con l’ignoto e con l’ignoranza. Si tratta però di un’ignoranza “buona”, che non è frutto di presunzione o di certezze, come purtroppo assistiamo spesso nel dibattito pubblico sul web. È un’ignoranza “generativa”, che produce nuova curiosità e, quindi, nuova conoscenza. Questo è l’elemento paradossale. Per questo, è fondamentale fare ricerca anche senza poterne prevedere o programmare il risultato. È l’aspetto complesso, ma anche affascinante, della scienza. Non si può finanziare esclusivamente la ricerca applicata, perché assicura un concreto risultato tecnologico, medico o clinico, ma bisogna finanziare anche la ricerca di base, per la quale la direzione e i risultati non sono ben definiti. La storia ci insegna che è proprio dalla ricerca di base che sono nate le applicazioni più straordinarie, che hanno cambiato la nostra vita in meglio.

Infatti, la scienza produce una conoscenza che diventa un bene di tutti. A chi spetta il compito di finanziare la ricerca? Qual è lo scenario del nostro Paese rispetto al resto del mondo?

L’Italia è un paese in cui la ricerca scientifica è finanziata poco dal pubblico e pochissimo dal privato. Dobbiamo aumentare entrambe, però con un’avvertenza: finanziata dal pubblico o dal privato, la stella polare irrinunciabile è che la ricerca deve essere “open”, ovvero avere delle ricadute sulla società e deve essere inclusiva. Perché qualsiasi tecnologia, anche se finanziata dai privati, se dà vita a un oligopolio, tradisce la missione stessa della scienza, che è il progresso dell’umanità. Capisco che, per esempio, sulle biotecnologie all’estero ci siano grandi investimenti privati che permettono di produrre beni per la collettività, tuttavia, e so di rappresentare una minoranza, io penso che brevetti e licenze debbano avere durata limitata.

Oggi la fatica della scienza è poco apprezzata, perché il web, principale spazio di comunicazione e conoscenza, è il luogo della certezza istantanea. Dobbiamo invece far capire la bellezza preziosa del metodo scientifico basato sull’errore

L’errore, il fallimento, i tempi lunghi, la verifica delle ipotesi sono alcuni dei pilastri su cui si fonda il pensiero scientifico. Come si trova la scienza in un’epoca che, al contrario, sembra prediligere certezze e velocità?

La scienza non è facile, al contrario, è contro intuitiva, difficile, scomoda, fa emergere temi spiacevoli, è faticosa, va contro le convinzioni che invece piacciono alla mente umana. La scienza è un patrimonio fragile, come la democrazia. Entrambe sono faticose, delicatissime e sempre sotto minaccia. Oggi la fatica della scienza è poco apprezzata, perché il web, principale spazio di comunicazione e conoscenza, è il luogo della certezza istantanea, dove tutti sputano sentenze, dove manca la complessità e non esistono le sfumature. Dobbiamo invece far capire la bellezza preziosa del metodo scientifico basato sull’errore: un antidoto contro ogni forma di pensiero autoritario e integralista, perché in costante revisione. Non si può mai essere sicuri una volta per tutte, una nuova evidenza può sempre obbligarci a rimettere in discussione gli assunti iniziali. Non si è mai certi una volta per tutte di aver raggiunto una “verità”. C’è, inoltre, un altro elemento cruciale che caratterizza la scienza ed il suo aspetto sociale: è sempre un processo collettivo. Non esiste mai un eroe singolo, c’è sempre un gruppo. Il problema va affrontato da prospettive diverse, dalle proprie correzioni e da quelle altrui. Un processo sociale antagonistico, di controllo reciproco, colmo di difetti e imprevedibilità, ma straordinario e mosso verso una crescita formidabile delle conoscenze.

Recentemente si è espresso sull’importanza strategica della comunicazione scientifica e sulla responsabilità che hanno gli scienziati nel divulgare la conoscenza. Perché ritiene che sia un aspetto così importante?

Questo è un principio per me assodato, ma non è così diffuso tra la comunità scientifica nel nostro Paese. Io mi sono formato negli Stati Uniti e lì, già vent’anni fa, c’era questa consapevolezza: chi fa ricerca è tenuto anche a raccontare e condividere quello che fa. Io lavoravo in un grande museo, facevo ricerca ed ero poi tenuto a “tradurre” il mio lavoro per raccontarlo ai donors, al pubblico, agli studenti delle scuole. Era un mio dovere. Tornando in Italia, lo scenario che trovai allora era ben diverso. Oggi, fortunatamente, è in corso una grande trasformazione e si sta diffondendo la consapevolezza che la comunicazione sia un dovere pubblico degli scienziati, la cosiddetta terza missione dell’università.

Come valuta il modo in cui è stata gestita la comunicazione scientifica nei due anni del Covid?

Dal punto di vista della comunicazione scientifica, la pandemia è stato un vero shock. Sono stati compiuti molti errori, perché non si è tenuto presente che, per andare in televisione, gli scienziati devono conoscere le regole della comunicazione dei mass media. Invece, molto spesso, non è stato così. Innanzitutto, non si può simulare un dibattito scientifico all’interno di un talk show o sul web. Poi, uno scienziato non può accettare di fare necessariamente previsioni. E, se il tema non è strettamente di sua competenza, uno scienziato può e deve declinare un invito. Inoltre, è bene piegare a proprio favore le “regole del gioco”: non essere aggressivi, per non favorire la polarizzazione, rivolgersi all’interlocutore in studio, ma senza dimenticare il variegato pubblico a casa, cercare di essere semplice, sintetico e convincente. Infine, forse l’aspetto più importante, è che nella scienza non ci si può limitare a raccontare i contenuti, ma bisogna sempre spiegare i processi, ovvero come si è arrivati a quei risultati. Ribadisco, la scienza è complessa, la comunicazione di massa tende alla semplificazione. Trovare un equilibrio non è facile. Molto spesso, sul tema del Covid, la comunicazione ha completamente fallito.

Dal punto di vista della comunicazione scientifica, la pandemia è stato un vero shock. Sono stati compiuti molti errori, perché non si è tenuto presente che, per andare in televisione, gli scienziati devono conoscere le regole della comunicazione dei mass media

Rimanendo sempre sul tema del rapporto tra scienza e informazione. Qual è il suo giudizio sulla comunicazione scientifica relativa al cambiamento climatico?

Partirei dalle evidenze. In ambito scientifico parliamo di climate change dagli anni ‘70. Sono passati cinquant’anni e, a parte gli ultimissimi, in tutto questo tempo non è stato al centro né del dibattito pubblico né dell’agenda politica. Quindi, effettivamente, abbiamo comunicato male il tema del cambiamento climatico. Non siamo stati capaci di comunicare bene cosa stava succedendo e perché fosse così urgente farci i conti. Non possiamo rifugiarci in un presunto atteggiamento antiscientifico degli italiani e nell’incompetenza scientifica dei politici. La comunicazione ha l’obiettivo di essere comprensibile. Se il messaggio non è passato vuol dire che non è stato utilizzato un linguaggio giusto per arrivare a quel pubblico.

Cosa non ha funzionato?

Io credo siano stati compiuti due errori fondamentali. Innanzitutto, è stato sbagliato puntare troppo sul “catastrofismo”, ovvero calcare troppo su tasti negativi. La situazione è veramente drammatica in termini di crollo della biodiversità e innalzamento delle temperature, però insistere solo su questi temi crea assuefazione se non addirittura disperazione (“non possiamo più evitare la catastrofe”). Invece, dobbiamo riuscire a modulare emozioni positive e negative. Quando si fa comunicazione, bisogna sempre prospettare una via d’uscita, dicendo che la scienza offre degli strumenti per intervenire efficacemente. L’altro errore fatto in questo mezzo secolo in cui parliamo di climate change è il pubblico di riferimento: per troppo tempo abbiamo “predicato ai convertiti”. Nel senso che ci siamo rivolti prevalentemente a un pubblico che era già convinto delle nostre tesi. Lo facevamo presentando i libri, facendo conferenza, laboratori nelle scuole. Quindi, un pubblico già interessato a questi temi.

Per il futuro è ottimista sull’efficacia di una nuova comunicazione scientifica su questo tema?

Sì. Ormai si è capito che è indispensabile parlare anche a chi non se lo aspetta e che non è mai stato “colpito” prima, sui social network, sul web, in televisione – che è spesso disdegnata, ma arriva ancora a un pubblico vastissimo, che è irraggiungibile in altri modi. Finalmente, oggi grandi scrittori – penso a Franzen, Safran Foer, Gosh – e diversi artisti intervengono sul cambiamento climatico, e lo fanno sapendo toccare le corde emotive giuste, selezionando le parole e i linguaggi più appropriati. Così facendo allargano il pubblico di riferimento ben al di là della capacità di qualsiasi divulgatore scientifico. Per questo, oggi, abbiamo i “nativi climatici”, che hanno una consapevole percezione del fenomeno: i nostri figli e i nostri nipoti ragionano diversamente, perché ci sono nati dentro.

Tutto risolto, quindi?

Attenzione, non sarà un pranzo di gala, dobbiamo aspettarci dei conflitti. Perché se da un lato ci sono le giovani generazioni che sono portatrici di una sensibilità nuova, dall’altro ci sono forze geopolitiche ed economiche che faranno di tutto per rallentare il più possibile questo processo. Penso soprattutto a India e Cina, ma anche ai partiti populisti in occidente, che sfruttano a loro vantaggio i costi che iniziano ad emergere di questa transizione. Non dobbiamo mai dimenticare che siamo dentro un paradosso politico e sociale molto pericoloso.

Dal numero Gennaio-Febbraio della rivista Fondazioni