Ridiamo alla ricerca la dignità e l’attenzione che merita. Intervista a Daniela Perani

«Se il messaggio da coloro che ci governano è stato per anni tutto un denigrare la cultura, l’alta formazione, e il rispetto delle competenze professionali e tecniche, come si può pensare che il mondo della ricerca riceva l’attenzione che merita?». Sono parole nette e taglienti quelle della professoressa Daniela Perani, Direttrice del corso di Dottorato in Neuroscienze Cognitive presso l’Università San Raffaele di Milano, che da sempre vive nel mondo della ricerca. Per questo ha un’idea chiarissima sui motivi per i quali il Paese continua a soffrire la carenza di investimenti pubblici: «perché la ricerca è stata considerata irrilevante proprio da chi ha amministrato il Paese, che non ne riconosce il valore, in termini di progresso scientifico e di utilità sociale. Neanche gli investimenti a pioggia, che talvolta sono stati avviati, hanno compensato le conseguenze di questo approccio». È dunque necessario che si attivi un sistema strutturale di investimento purché coordinato da chi ha fatto ricerca, ha vissuto l’ambiente accademico, i laboratori, le aule, che ne conosca dunque le criticità, i punti di forza e sia in grado di costruire soluzioni adeguate. Nonostante ciò, la professoressa riconosce che oggi l’approccio sembra in via di cambiamento. Nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, il Governo Draghi ha previsto un’importante dotazione di fondi destinati alla ricerca, con una visione diversa rispetto al passato, innovando anche le modalità di selezione dei progetti e dei centri di ricerca da finanziare. «Sicuramente la pandemia ha stimolato questo cambio di passo, ma la strada per decostruire un approccio politico sfavorevole nei confronti della ricerca è ancora molto lunga, perché ha a che fare con la cultura, con la mentalità, con l’immaginario sociale. La pandemia ha fatto emergere in maniera lampante questa sfiducia nella scienza e nelle figure competenti, anche a causa di una comunicazione pubblica caotica, direzionata allo scoop e a dare voce anche ai non qualificati in materia. C’è bisogno invece di toni pacati e competenti per una comunicazione chiara, semplice e comprensibile a tutti».

Credere e investire maggiormente nella ricerca significa, inoltre, ridare dignità e riconoscenza ai ricercatori e al lavoro che svolgono. Sappiamo quanto il percorso dei giovani ricercatori in Italia sia complicato, scarsamente retribuito, in un perenne limbo di precarietà e con degli scatti di carriera dopo troppi anni di lavoro. Una condizione che invece non vivono i ricercatori in altri Paesi, ed è per questo che molti sono costretti a spendere le proprie energie ed ampliare il proprio bagaglio di conoscenze all’estero, anche se con l’idea di tornare un giorno. «Nonostante una prospettiva più che scoraggiante, il contributo dei ricercatori italiani alla scienza è enorme, perché quella scintilla, fondamentale per chi vuole intraprendere questa carriera, ancora accende molti e li rende parte di una comunità che insegue con entusiasmo la sfida del lavorare nel mondo della ricerca».

La stessa scintilla che ha acceso Daniela Perani e l’ha portata, dopo la laurea in medicina, a inseguire la strada della neurologia e delle neuroscienze, concentrando poi le sue ricerche sulle malattie neurodegenerative, che rappresentano una piaga devastante per la società. «La ricerca, in questo campo, ha fatto dei grandi passi in avanti, con degli immensi benefici per la vita delle persone. Siamo riusciti a produrre farmaci in grado di controllare il Parkinson e l’epilessia, per esempio. Ma gli studi devono andare avanti, così come le tecnologie che ne permettono la realizzazione, per l’Alzheimer e le demenze in particolare, perché la ricerca non ha avuto ancora grandi successi». Come spiega la professoressa, le ricerche sul campo sono riuscite a individuare alcuni dei fattori scatenanti di queste malattie neurodegenerative, ma questi sono molteplici: dalle caratteristiche genetiche, agli effetti molteplici lungo l’arco della vita di ogni individuo, come anche il livello di educazione, occupazione e lo stile di vita. Tuttavia, si è riusciti a comprendere che un’arma fondamentale che abbiamo, oggi, contro le malattie neurodegenerative è la riserva cerebrale e cognitiva: l’abilità di un individuo di resistere ai danni cerebrali. Oltre a dipendere dai fattori genetici, la riserva cerebrale si può alimentare grazie agli stimoli dall’ambiente e all’aumento delle capacità del cervello. Buona alimentazione, attività fisica, alti livelli di educazione, hobby e impegno in attività stimolanti, a livello microscopico, possono produrre un aumento dei dendriti e le comunicazioni tra i neuroni, rallentando gli effetti neurodegenerativi. «Ma la sfida – conclude Daniela Perani – è ancora del tutto aperta e il percorso di ricerca molto lungo. Speriamo che questo, come tanti altri settori scientifici, ricevano in futuro il riconoscimento politico, sociale e in termini di investimenti che meritano».

Dal numero Gennaio-Febbraio della rivista Fondazioni