Clima, la ricerca del passato può cambiare il futuro. Intervista a Luca Mercalli

Il paleoclimatologo ricostruisce l’andamento del clima nelle epoche passate. Fare questo tipo di ricerca significa volgere lo sguardo al passato, ma in realtà anche, e soprattutto, al futuro». A spiegarlo è Luca Mercalli, presidente della Società Meteorologica Italiana, climatologo e divulgatore scientifico. «Il clima è qualcosa di dinamico che ha lasciato delle tracce nel passato e queste sono l’oggetto della ricerca della paleoclimatologia e della climatologia: capire come si è comportato prima, per prevedere il dopo». Studiare i climi e gli elementi che li influenzano è decisivo: «Il clima influenza profondamente le attività umane, determinandone ogni aspetto, dagli insediamenti, all’alimentazione, alle attività economiche, alla produzione di energia, alle abitudini e allo stile di vita». È evidente che negli ultimi due secoli la rivoluzione industriale abbia influito notevolmente sulla composizione chimica dell’atmosfera, «le scelte dell’uomo hanno condotto a una crisi climatica inevitabile e unica nella storia, cioè il riscaldamento globale» prosegue Mercalli che sottolinea l’importanza di prevedere queste trasformazioni proprio per anticiparle e scongiurare conseguenze ineluttabili. «Eppure non sempre basta fare ricerca e arrivare a delle conclusioni scientificamente provate, come non basta intraprendere una buona divulgazione scientifica, sebbene molto importante.

Tutti questi elementi non sono sufficienti a cambiare la società. Questo lo vediamo quotidianamente: pur conoscendo la crisi climatica, argomento noto ai più a livello globale, ancora oggi non si è fatto nulla di veramente decisivo per fermare le conseguenze dell’attività umana sul Pianeta». È circa dagli anni 1970 che la ricerca scientifica ha portato alla luce una situazione climatica e ambientale in veloce peggioramento. Nel 1992 a Rio de Janeiro venne firmata la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. «Parliamo di trent’anni fa – commenta Mercalli -, tutto quello che in questi anni è avvenuto (e non avvenuto) è stata una scelta consapevole. Ci saremmo dovuti mettere all’opera già dal 1992, cosa che non è successa. Dunque stiamo perdendo il tempo più prezioso che avevamo: quello della prevenzione. Oggi siamo in emergenza». Nonostante negli ultimi dieci anni i movimenti ambientalisti siano divenuti più pressanti e figure come Greta Thunberg rappresentino vere e proprie “icone” a tal punto da esser conosciute dai giovanissimi fino agli anziani, «continuiamo nel nostro immobilismo. E non si tratta di un problema di divulgazione, perché l’informazione circola, le nozioni ci sono e anche estremamente affidabili. Tra l’altro i giovani di oggi sono agevolati dall’utilizzo della rete, quelli del passato no. Eppure ricordo mobilitazioni di cinquant’anni fa con ciclostilati e volantini più forti e incisive di quelle di oggi. Insomma, Greta non basta, tra l’altro già è esistita una “Greta” che si chiamava Severn Cullis-Suzuki, canadese che intervenne proprio in occasione della Convenzione del ’92. Allora aveva 12 anni e fece un monito per spronare l’opinione pubblica a mobilitarsi, ma anche allora le parole son rimaste parole».

L’inerzia in relazione alla questione climatica è evidente: «Io credo – aggiunge Mercalli – che ci siano anche delle spiegazioni rispetto queste resistenze. Io penso che esista un complesso di forze contrarie all’azione pro clima che si possono riassumere in due macro attitudini comportamentali umane. Una predisposizione psicologica per cui le persone respingono gli avvertimenti su problemi a lungo termine, ma tendono ad occuparsi del problema di domani. E poi, la predisposizione umana che risponde all’interesse economico strettamente connesso a quello politico. La politica, soprattutto nei paesi democratici in cui è una politica di consenso, non si va a cercare “grane”, non ci sarà mai nessun politico che investirà sui grandi problemi ambientali di cui tanto non vedrà il risultato immediato nel suo mandato. Queste forze combinate continuano a rimandare quell’impegno che invece dovremmo mantenere». È anche vero che qualcosa è stato fatto, soprattutto negli ultimi decenni, eppure sono esempi piccoli, limitati, che non costituiscono un comportamento di massa. Anche i governi, secondo Mercalli, hanno una responsabilità, per esempio una buona legge potrebbe mettere tutti d’accordo, senza dover aspettare per decenni che maturi una cultura critica nelle persone. Una buona legge fatta da un’élite politica consapevole può cambiare il mondo.

Basta pensare alla legge contro il fumo: «Se fossimo ancora a fare un dibattito di scelta, saremo ancora fermi fra fumatori, non fumatori e gli interessi dell’industria del tabacco. Invece questa legge silenziosamente, indubbiamente figlia di trent’anni di dibattiti, ad un certo punto è entrata in vigore e ha messo tutti d’accordo. Se avessimo gestito il problema del fumo nei locali pubblici solo con il buon senso delle persone, staremmo ancora fermi a chi lo fa e chi non lo fa. Io credo che le Fondazioni possano aiutare in questo senso, possono contribuire a creare consapevolezza con la loro autorevolezza. Una soluzione potrebbe essere indire bandi che abbiano tra le prerogative l’innesco di attività svolte con il minor impatto ambientale. Questa potrebbe essere una strada da percorrere che potrebbe aiutare a creare buone pratiche misurabili quantitativamente»