Libri (scritti da donne) che migliorano la vita – intervista a Daria Bignardi

A cominciare da scrittrici come la newyorkese Djuna Barnes, “colta, dissipata e nevrotica”, oppure all’emiliana Grazia Cherchi “caritatevole che amava furiosamente gli altri”, ad artiste come Marina Abramović, Agnes Varda, Thelma Wood, sono tante le figure femminili che hanno riempito il percorso letterario e umano di Daria Bignardi, giornalista, scrittrice e conduttrice televisiva. Ne parla nel suo ultimo libro “Libri che mi hanno rovinato la vita (e altri amori malinconici)” (Einaudi 2022), in cui l’autrice, che si definisce “lettrice agonistica”, ripercorre gli “incontri” letterari dalla sua adolescenza ad oggi.

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L’autrice confessa che spesso, soprattutto in passato,
ha dubitato delle sue capacità professionali.
Possibile che questa incertezza
dipenda dalla tendenza delle donne
a non sentirsi mai pienamente all’altezza delle aspettative?
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In una sorta di confessione autobiografica, a tratti molto intima, Bignardi racconta della propria evoluzione specchiandosi nelle vite delle scrittrici, e anche degli scrittori, i cui testi hanno accompagnato il suo percorso di vita. Una rappresentanza importante di intellettuali donne emerge dalle pagine del libro e, tuttavia, nonostante queste figure di riferimento “brillanti, eclettiche e mondane” siano state sue muse ispiratrici e l’abbiano  affiancata nella crescita, come nella costruzione di una carriera così edificante, l’autrice confessa che spesso, soprattutto in passato, ha dubitato delle sue capacità professionali. Possibile che questa incertezza dipenda dalla tendenza delle donne, culturalmente ereditata, a non sentirsi mai pienamente all’altezza delle aspettative? Lo abbiamo chiesto a lei. «Non so se sia un sentimento femminile o psicologico, quello dell’insicurezza – spiega – e che, dopo aver pubblicato il mio ottavo libro, è diminuita. Ho iniziato a pubblicare tardi, nonostante scriva da quando ho sette anni. Credevo che essere nota mi precludesse la carriera letteraria: poi a un certo punto il primo libro si è imposto, non ho potuto fare a meno di scriverlo. I pregiudizi esistono, ce li ho anche io. Chi viene da un altro mondo (nel mio caso quello televisivo) ci fa storcere il naso».

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I “ruoli” dell’uomo e delladonna
sono difficilissimi da rimescolare
e daripensare in modo paritario.
Ma la strada è tracciata,
la fine del patriarcato è iniziata
e non credo possa fermarsi
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Oltre a donne intellettuali con piglio da innovatrici controcorrente rispetto alle epoche di appartenenza, Bignardi, nel suo ultimo lavoro, parla anche della madre. La scrittrice, come già è emerso in altri suoi libri, racconta di un rapporto con la figura materna estremamente complesso, in gran parte minato dall’ansia ossessiva di cui soffriva la genitrice (mancata anni fa), ma anche dallo scontro generazionale che vede contrapposte due donne appartenenti a momenti storici diversi ognuna con le proprie idee. “Da mia madre ho succhiato lo spirito di sacrificio” scrive nel libro e ancora “lei sotto i bombardamenti del lavoro fuori casa, in casa, delle figlie […], mentre con la scusa del lavoro, mio padre era sempre via”. Da queste righe si intuisce un incontro e scontro fra la donna di oggi e quella di ieri. C’è stato un superamento del ruolo esclusivamente familiare della donna oppure, in realtà, il cambiamento non è ancora avvenuto? «Mai abbastanza – dichiara l’autrice -, ma sì, ora è diverso. Anche se i ruoli sono difficilissimi da rimescolare e ripensare in modo paritario, ma la strada è tracciata, la fine del patriarcato è iniziata e non credo possa fermarsi»

 

Dal numero marzo – aprile della rivista Fondazioni, leggilo intero qui