Educazione emotiva e relazionale in classe

“Manuale per ragazze rivoluzionarie” (Rizzoli 2020) è un libro che ha reso accessibile, con un linguaggio chiaro e comprensibile a tutti, i temi legati alla condizione delle donne e alle rivendicazioni di genere. Abbiamo intervistato l’autrice, Giulia Blasi, scrittrice, formatrice, divulgatrice e autrice di programmi radiofonici.

Cos’è il femminismo? Partiamo dal presupposto che non esiste un solo femminismo. Il femminismo è un movimento filosofico che determina specifiche pratiche e rivendicazioni, ma ogni persona lo vive a suo modo. Il movimento ha un fondamento teorico sedimentato in circa duecento anni, e composto da testi che affrontano tematiche relative alla condizione delle donne, ai loro diritti, alla violenza e alla sopraffazione. È una forma di ripensamento dello stare al mondo, per comprendere che ci sono altre possibilità, altre strade che non siano prestabilite o imposte dalla tradizione o dal sistema economico e culturale.

Crede ci sia bisogno di una divulgazione e di un’educazione più strutturata sul tema? Sì, mi sto battendo molto per la diffusione istituzionalizzata di un’educazione emotiva e relazionale, che attraversi le scuole dell’obbligo di ogni ordine e grado, dalle scuole dell’infanzia alle superiori. Credo fermamente che una parte di programma scolastico debba essere destinata allo sviluppo delle abilità relazionali, per evitare di continuare a corroborare una cultura che vuole l’uomo arrogante, aggressivo e represso nelle emozioni e la donna cedevole, vulnerabile e perennemente colpevole. Inoltre, è necessario per far comprendere che questo binarismo non è così rigido, perché l’orientamento e l’identità di genere sono fluide e multiformi. Altrimenti, disuguaglianze, violenza domestica e omotransfobia continueranno ad essere affrontate in maniera episodica e solo con la punizione a valle, non attraverso la prevenzione. Non ci dovrebbe solo interessare quanti anni il femminicida trascorrerà in carcere, ci dovrebbe interessare quella vita persa, e il lavorare sulle cause a monte. Questa è l’unica possibilità per prevenire altre vittime donne.

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Credo fermamente che una parte di programma scolastico
debba essere destinata allo sviluppo delle abilità relazionali,
per evitare di continuare a corroborare una cultura che vuole
l’uomo arrogante, aggressivo e represso nelle emozioni
e la donna cedevole, vulnerabile e perennemente colpevole
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È fiduciosa dei percorsi che stanno prendendo le rivendicazioni di genere con le nuove generazioni? Sì, sono fiduciosa, ma il percorso non è lineare. Non bisogna pensare che la storia vada inevitabilmente sempre verso il progresso, ci sono momenti di regressione a cui bisogna fare molta attenzione. È vero tuttavia che esiste una maggiore coscienza collettiva delle generazioni più giovani sui diritti. La differenza l’ho vista in questi anni attraverso i miei studenti: ogni annata rappresenta un passo in avanti rispetto ai precedenti, perché hanno maggiori strumenti per comprendere più facilmente i concetti di critica quando analizziamo, per esempio, le campagne pubblicitarie. Un cambiamento, quindi, esiste, sono fiduciosa del futuro ma preferisco occuparmi del presente.

Perché, come si legge nel sottotitolo del suo “Manuale”, “il femminismo ci rende felici”? Perché ci libera, ci apre alle diversità, ci aiuta a comprendere meglio noi stessi e le persone che abbiamo intorno, a lavorare per costruire una società meno ingiusta. Dentro i femminismi risiede la possibilità di conoscere la propria identità, spogliata delle aspettative e dalle imposizioni sociali. Un’opportunità individuale, dunque, immersa però in una dimensione sociale: qualsiasi azione dei femminismi, infatti, è un’azione collettiva pensata non solo per il miglioramento della condizione delle donne e di coloro che non si riconoscono nel binarismo uomo-donna, ma per il miglioramento dell’intera società.

 

Dal numero marzo – aprile della rivista Fondazioni, leggilo intero qui