Le parole compiono azioni

Nel dibattito pubblico, le riflessioni relative all’uso delle parole, alle sue trasformazioni e alla necessità di un linguaggio più inclusivo sono sempre più accese. Abbiamo chiesto l’opinione di Vera Gheno, socio-linguista, saggista, ricercatrice, docente e divulgatrice, che riconosce alle parole un ruolo fondamentale nell’ innescare percorsi in cui «lingua, realtà e società risuonino reciprocamente e si aiutino a vicenda nel cammino verso una società più equa». Autrice di diverse pubblicazioni sul tema, di cui “Le ragioni del dubbio. L’arte di usare le parole” (Einaudi 2021) e l’ultima pubblicazione “Altri orizzonti. Camminare, conoscere, scoprire” (Utet 2022), Vera Gheno ha collaborato per vent’anni con l’Accademia della Crusca, con l’editore Zanichelli ed è docente e ricercatrice presso l’Università di Firenze.

Perché c’è così tanta resistenza alle trasformazioni linguistiche? In generale, tutte le trasformazioni linguistiche provocano sconcerto, si pensi ai neologismi o agli anglismi. Nel caso delle questioni di genere però il fastidio, la perplessità o le proteste sono più intense, perché vanno a toccare la struttura della nostra società, le sue maglie interne e il modo in cui essa è organizzata: dal micro, cioè dalla famiglia, al macro ossia al ruolo e alle attese sociali attribuite ai diversi generi.

Il timore è, dunque, che possa avvenire un cambiamento, che gli equilibri si modifichino e la società cominci a funzionare in maniera differente. Spesso, a causa di questo timore, le istanze di genere sono poco conosciute, o non vengono sufficientemente approfondite, rimanendo fraintese, etichettate e percepite come sovversive. In realtà, quello che sta succedendo a livello linguistico non è altro che lo specchio di un cambiamento sociale avviato già da tempo: le trasformazioni linguistiche non arrivano in anticipo ma fanno parte del percorso di trasformazione della società. 

 È questo il motivo per il quale molti, pur percependo come ingiuste le disuguaglianze di genere, ritengono che le rivendicazioni non debbano concentrarsi sulla lingua ma su altri settori, considerati più importanti o prioritari? In questo discorso bisogna considerare che la lingua ha una fortissima valenza identitaria. Quando si assiste ad un cambiamento delle parole, utilizzate quotidianamente da un singolo o un gruppo di persone, si provoca inevitabilmente una messa in discussione della loro identità, ed è per questo che non è sempre vissuto in maniera naturale. Tutti noi ci affezioniamo molto alle nostre parole, perché compiamo un grande sforzo nel costruire il nostro patrimonio linguistico, lessicale e comunicativo, nel corso degli anni. Inoltre, a scuola la lingua viene insegnata come se fosse un sistema immobile, fossilizzato, non vengono stimolate riflessioni metacognitive.

Per molti dunque, la lingua, con la grammatica e le regole assimilate a scuola, rimane a quello stadio e, quando la società preme per cambiarla, adattandola alle nuove esigenze e istanze sociali, si ha la percezione di subire una minaccia, non solo alla propria capacità linguistica, ma alla propria identità individuale e sociale. Il senso di smarrimento e di fastidio è amplificato perché a cambiare non sono solo le parole, ma anche le coordinate: quello che si conosce, e che assicura una posizione e un ruolo specifici nel mondo, non è più sufficiente o non è più adatto. È dunque del tutto comprensibile questa riluttanza, l’affermare “i problemi sono ben altri”.

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Tutte le trasformazioni linguistiche provocano sconcerto.
Nel caso delle questioni di genere, però,
il fastidio, la perplessità o le proteste
sono più intense, perché toccano
la struttura della nostra società
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 I problemi sono ben altri? Certo che i problemi sono ben altri! Ma le parole non sono tangenziali, il loro ruolo è rendere visibili e raccontabili le istanze sociali che, se non vengono nominate apertamente, rimangono invisibili, dimenticate. La lingua, in questo senso, ha un ruolo fondamentale: appoggia le istanze, le accompagna, le rende oggetto di discussione all’interno della società. Possiamo decidere di gettare luce sulle questioni sociali attraverso le parole, oppure di insabbiarle non parlandone.

Risponderei dunque con una domanda: “Se ci si occupa delle parole, si smette di pensare a tutto il resto?”. Io credo si possa discutere dei femminili professionali, come “sindaca” o “ministra” e, contemporaneamente, del soffitto di cristallo, delle differenze di retribuzione, delle discriminazioni nei confronti della donna e di coloro che non si riconoscono nel genere femminile o maschile. Anche le parole compiono azioni e discuterne significa approfondire, comprendere e rispondere a specifici bisogni sociali.

Gli esperimenti e i tentativi linguistici, come lo schwa (nell’alfabeto fonetico internazionale è il fonema che corrisponde ad un suono intermedio tra le vocali, per questo considerato “neutro”), crede che entreranno a far parte del linguaggio comune? Questi esperimenti nascono più di dieci anni fa in seno alle comunità LGBT+ , le prime realtà ad essere entrate in contatto con le persone che non si identificano né con il maschile né con il femminile. Si tratta, dunque, di un’istanza scaturita da un’esigenza reale e pratica, nei contesti dove l’incontro con persone non binarie è più comune, mentre nel resto della società quel tipo di diversità raramente viene conosciuta.

I tentativi di utilizzare forme linguistiche nelle quali sentirsi più riconosciuti si sono diffusi con il tempo, anche grazie a internet, dove le diversità sono sempre più presenti e, anche per questo motivo, sono diventate tema di dibattito pubblico. Non si tratta dunque di un’imposizione linguistica, ma di un’esigenza che si è trasformata in tentativi di soluzione. L’uso di vari simboli ( *, @, #, ecc.), l’inserimento in fondo alle parole di “x”, “z” “u”, così come lo schwa sono tutte forme  linguistiche di rivendicazione, di attenzione e interesse per una specifica questione sociale, che non hanno la presunzione di obbligarne l’uso. La risposta, dunque, alla domanda “Entreranno a far parte del linguaggio comune?” l’avremo solo tra vent’anni.

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Io credo si possa discutere dei femminili professionali,
come “sindaca” o “ministra” e, contemporaneamente,
del soffitto di cristallo, delle differenze di retribuzione,
delle discriminazioni nei confronti della donna e di coloro
che non si riconoscono nel genere femminile o maschile
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Che cosa vuol dire essere una socio-linguista che si occupa di questi temi oggi? Per me significa essere fortunata perché studiare una lingua è una grande sfida, significa ragionare su strumenti che usiamo tutti, ogni giorno. Essere linguisti, in questo momento storico di velocissimo cambiamento, è ancora più interessante, perché tante sono le novità linguistiche che mi attraggono, mi interessano e cerco di studiare, senza alcun timore. Spero dunque che fra vent’anni si fuoriesca dalla pastoia che ci impedisce di accettare la necessità di un linguaggio più inclusivo, e si inizi invece a ragione sul modo in cui implementarlo, conservando l’intercomprensibilità.

 

Dal numero marzo – aprile della rivista Fondazioni, leggilo intero qui