La restanza rifonda il senso di comunità

Intervista a Vito Teti

Ha adoperato il termine “restanza”, per definire il senso di appartenenza a un territorio. L’antropologo calabrese Vito Teti lo utilizza per indicare il senso dell’abitare e le forme di presenza che gli abitanti affermano nei luoghi in cui abitano (paesi, città, metropoli, periferie), ma anche per segnalare il rinnovato amore che spinge i giovani a restare (o a tornare) nei piccoli paesi di montagna, delle aree interne e del Mezzogiorno. Si tratta di un movimento diffuso di chi non intende preservare un paesaggio “da presepio”, immobile e intoccabile, ma vuole contaminare questi luoghi con la “modernità”, recuperando forme comunitarie di abitare in sintonia con la terra e la natura. Il suo non è un elogio nostalgico dell’immobilismo, anzi. Tra l’altro, anche il termine “restanza” ha un riscontro nelle lingue contadine: indica il pane che “restava” dai giorni precedenti, che non si gettava, ma si conservava indurito per essere consumato per giorni. Una parola antica che assume significati nuovi

Professore, partiamo dalla definizione. Cosa sono le “aree interne”?

Le aree interne sono territori fragili, situati tra mare e montagna, “terre di mezzo”.  Si tratta di cerniere di paesi collinari e montani, che si trovano lontani dai centri commerciali e produttivi della pianura e dai capoluoghi di provincia. Parliamo di territori con paesi che un tempo erano luoghi di produzione e di innovazione e oggi, invece, scontano la lontananza da tutto e l’isolamento.

Nel suo ultimo libro, parlando dello spopolamento, fa riferimento a una grande pandemia, che ha colpito il nostro Paese, ben prima di quella da Covid-19. Cosa intende?

Sul lungo periodo, il fenomeno dello spopolamento si configura come un grande esodo, fatto di una lenta e inesorabile immigrazione, iniziata negli anni Cinquanta ma della quale si è iniziato ad avere consapevolezza solo sul finire degli anni Settanta. Da allora, il fenomeno è diventato sempre più vistoso e diffuso. E oggi rischia di diventare un serio problema per tutta l’Italia. Questi luoghi periferici, infatti, non sono solo al Sud, ma configurano una vera “questione nazionale”, causata dall’incapacità del sistema di mettere in collegamento aree interne e centri urbani.

Quindi lo spopolamento non è un problema che riguarda solo le aree interne?

Esatto. Se perdiamo queste zone, ci perde tutto il Paese. Perché qui si continua a produrre per le città. I cittadini sembrano non accorgersi che vivono di quanto si produce nelle aree interne. Svuotando porzioni di territorio, si creano serie difficoltà economico-produttive per l’intero sistema. Inoltre, se continuiamo a sguarnire questi presidi importanti per la difesa del territorio (penso al dissesto idrogeologico e agli incendi), il danno riguarderà anche le città a valle. Anche per questo motivo, questi posti vanno osservati, conosciuti, curati, tutelati. Perché i loro abitanti sono “guardiani”, che si prendono cura del bene comune. Vanno incoraggiati e sostenuti a livello culturale ed economico.

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Questi posti vanno osservati, conosciuti, curati, tutelati. Perché i loro abitanti sono “guardiani”, che si prendono cura del bene comune. Vanno incoraggiati e sostenuti a livello culturale ed economico
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Si può arrestare questo spopolamento?

I dati dei trend demografici sono drammatici. Ormai possiamo prevedere che, nell’arco di decenni, scompariranno almeno cento centri abitati dalla nostra cartina. E, per i pochi che resisteranno, la vita diventerà ancora più difficile, perché saranno costretti a vivere senza ospedali, edicole, uffici postali, luoghi di socialità. Lo spopolamento, infatti, non ha pietà per chi resta. E il mero dato demografico non racconta tutta la drammaticità della vita di coloro che resistono.

Quindi, c’è qualcuno che resiste?

Negli ultimi tempi, la tendenza allo spopolamento viene contrastata da persone, associazioni, gruppi e movimenti che pongono il tema del “restare” in maniera nuova, non per il vecchio mondo ma per dare vita a nuove comunità. Ci sono infatti tantissime organizzazioni di volontariato e ambientaliste che stanno dando un buon esempio. Si tratta di gruppi di azione locale che, attraverso piccole esperienze “dal basso”, stanno costruendo la rinascita di questi territori. Dove coniugare una buona qualità della vita, con ritmi più umani e relazioni sociali di prossimità che in città sono quasi scomparse. Il tutto combinato alla richiesta di nuovi diritti di cittadinanza: anche chi abita sopra i mille metri vuole biblioteche, palestre, strade, servizi sanitari accessibili. Infatti, secondo una recente indagine di Riabitare l’Italia, oltre il 60% dei giovani delle aree interne vorrebbe rimanere a vivere nel proprio paese d’origine. Si tratta di giovani, laureati, che hanno sperimentato la vita in città, anche all’estero, e che, se avessero accesso a condizioni lavorative dignitose sul loro territorio, non lo vorrebbero abbandonare, anzi potrebbero mettere le loro esperienze e conoscenze a disposizione del territorio in cui sono nati.

Cosa serve alle aree interne?

Il problema è elaborare un piano strategico-politico nazionale in favore delle aree interne, a partire dalle sensibilità e dai desideri delle persone che sono rimaste e che conoscono da vicino i problemi di questi territori. Non serve l’ennesimo progetto calato dall’alto, ma misure concrete per Enti locali, imprese e famiglie, che vogliono farsi carico della rigenerazione di questi luoghi. Non si tratta di riparare gli immobili, seguendo una politica nociva del passato, che ha solo prodotto sperperi e cementificazione, ma dobbiamo sostenere i progetti virtuosi di chi resta. Dobbiamo diffondere le buone pratiche sperimentate, che possono diventare contagiose per altri luoghi in cui si fa più fatica a organizzare nuove comunità.

Nei suoi libri fa spesso riferimento al tema della narrazione dei paesi. Perché ritiene sia così importante?

È fondamentale smontare la rappresentazione retorica delle aree interne oggi imperante, che si basa su due poli opposti. Da un lato, vengono mitizzati, cioè presentati come oasi del buon vivere, dove trovare aria pulita, paesaggi idilliaci e cibo genuino a prezzi modici. Dall’altro, vengono denigrati, ovvero raccontati come luoghi invivibili, non accoglienti, improduttivi, da cui tutti vogliono scappare. Dobbiamo trovare un equilibrio a partire dalla comprensione della storia per vedere come sono diventati. Per quanto sia lontano da metafore abusate come quella di “miniere”, è vero che le aree interne sono ricche di risorse per attrarre turismo intelligente

La restanza riguarda solo le aree interne o si può applicare anche alle città?

Quando parlo di “restanza” non mi riferisco solo ai piccoli paesi, perché è un tema che riguarda anche chi abita in città. La questione si capisce meglio se ci poniamo alcune domande. Quale relazione stabilisco con il luogo in cui abito? Assisto in maniera indifferente a quello che succede, o divento protagonista del luogo in cui vivo? Mi sento responsabile dello spazio in cui cresco, lavoro e mi diverto? Mi prendo cura di questo luogo? Queste domande riguardano tutti i cittadini, nelle città e nelle aree interne. Tutti siamo chiamati a essere protagonisti dei luoghi in cui viviamo.

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Quando parlo di “restanza” non mi riferisco solo ai piccoli paesi, perché è un tema che riguarda anche chi abita in città. La questione si capisce meglio se ci poniamo alcune domande. Quale relazione stabilisco con il luogo in cui abito? Assisto in maniera indifferente a quello che succede, o divento protagonista del luogo in cui vivo? Mi sento responsabile dello spazio in cui cresco, lavoro e mi diverto? Mi prendo cura di questo luogo?
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In conclusione, è ottimista sul futuro delle aree interne?

Sono convinto che il nostro sguardo debba essere amorevole, ma impietoso. Non serve dire che questo processo si esaurirà a breve. Ma dobbiamo interrogarci: questi luoghi avranno un futuro? Nel mio lavoro quotidiano registro un crescente bisogno di appartenenza. Quindi, sul breve periodo sono cautamente pessimista, ma ritengo doveroso non rinunciare mai a immaginare un altro presente e a lavorare per costruire un futuro diverso per le aree interne. La “disperanza” non deve prendere il sopravvento. Dobbiamo alimentare la speranza e riempirla di contenuti. Per farlo dobbiamo dare stimolo a iniziative in controtendenza, che restituiscono nuova vita a queste aree; occorre farle conoscere, metterle in rete, continuando a contrastare le narrazioni più negative

 

Dal numero maggio-giugno della rivista Fondazioni, leggilo intero qui