La lotta ecologista non dovrebbe esistere. Intervista a Martina Comparelli, portavoce Friday for Future

Per quanto mi riguarda, la lotta ecologista non dovrebbe esistere, perché non dovremmo averne bisogno. L’ecologismo è un orientamento politico volto a difendere e preservare l’equilibrio della natura. E dato che senza questo equilibrio vengono a mancare le risorse per la nostra sopravvivenza, le politiche ecologiste dovrebbero essere alla base di ogni organizzazione sociale. A prescindere dal valore morale che una persona può assegnare alla natura, è nel nostro interesse rimanere entro i limiti che questa ci pone.

Il problema è che ci è stato insegnato il contrario. Fin da quando nasciamo ci viene inculcata l’idea che l’unico modo di star bene sia accumulare soldi e beni materiali, sia a livello individuale, sia a livello nazionale. In “Prosperity without growth”, l’economista Tim Jackson rielabora il significato del termine “prosperità”, separandolo dalla mera crescita economica.

I ragionamenti di Jackson sono puntuali e persuasivi. Ma quando ne parlo con persone appena più grandi di me, mi guardano come se avessi perso il senno. Ho notato invece che per chi è più giovane sia più semplice affrontare questi argomenti e osservare la realtà in modo critico. Credo che ciò accada non per qualche facoltà mentale o fisica, ma per il semplice fatto che siamo da meno tempo immersi in un mondo che ci socializza come macchine da produzione.

L’idea che il nostro stile di vita senza freni valga più della salute del pianeta e delle popolazioni marginalizzate non si è ancora insediata del tutto nelle nostre menti. Non abbiamo ancora appreso le strutture e i pilastri sociali che hanno portato l’umanità a generare la sua più grande minaccia esistenziale, ovvero la crisi climatica. Questo ci rende più semplice pensare fuori dagli schemi e renderci conto che un mondo diverso è possibile. Il problema è che questo mondo diverso è anche urgentemente necessario secondo le maggiori autorità scientifiche sul clima. Noi non stiamo sognando l’impossibile, è il resto del mondo a illudersi che le cose possono andare avanti “business as usual”.

Non riusciamo a comprendere come si possa ancora posticipare la transizione ecologica di fronte all’evidenza degli effetti della crisi climatica già sul nostro territorio. Ancora più assurdo è che le soluzioni tecniche e pratiche a questa crisi sono davanti ai nostri occhi e, in molti casi, si portano dietro dei “co-benefici”. In parole povere, per fermare la crisi climatica dovremmo stare meglio! Per esempio, la transizione a energie più pulite creerà anche posti di lavoro e ci renderà indipendenti da dittatori guerrafondai da cui, al momento, compriamo combustibili fossili. E ricordiamo che l’energia è solo un settore che deve cambiare. Non possiamo dimenticare il campo dei trasporti, l’agricoltura e il consumo di suolo, l’uso delle risorse idriche, la necessità generale di ridurre i consumi e molto altro.

Ma nulla cambierà se non iniziamo a pensare diversamente. Dobbiamo decostruire quei pilastri sociali su cui si fonda la nostra vita ad alte emissioni di gas serra e costruirne di nuovi basati su giustizia ed equilibrio. Per me essere un’attivista è proprio questo: demolire e ricostruire insieme

Dal numero settembre – ottobre della rivista Fondazioni, leggilo intero qui