Ugualmente persone, ugualmente cittadini. Editoriale di Giorgio Righetti

Tra gli articoli della Costituzione della Repubblica Italiana, il terzo è quello che forse meglio ne definisce l’identità e ne esprime più genuinamente lo spirito ambizioso e visionario. E forse, proprio per questa combinazione di identità, ambizione e visione, è quello di più difficile attuazione e, purtroppo, tra gli articoli più incompiuti della nostra Costituzione; non a causa di mancanza di sensibilità, ma per difetto di capacità politica.

“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge… È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana…”.

La distanza tra proposito e attuazione è tanto più ampia e critica se riferita ai cittadini comunemente identificati con l’espressione “diversamente abili”. Il diritto all’uguaglianza e al pieno sviluppo della persona umana, sancito dall’articolo 3 della nostra Costituzione, sembra infatti, per essi, meno vero e meno “diritto”. Basti pensare a quanto la diversità, nelle sue molteplici manifestazioni, si sia tradotta in diversità di diritti: ne abbiamo infiniti esempi nei trasporti, nella scuola, nel lavoro, nell’assistenza ai diretti interessati e alle loro famiglie, nei servizi pubblici e privati.

Difficile comprenderne le motivazioni. Quella più intuitiva, ma proprio per questo, meno giustificabile, è di natura economica. Garantire accesso e fruizione dei diritti a persone “diversamente abili” può richiedere investimenti in strutture e servizi importanti: ma non è forse proprio dove è più necessario che le risorse pubbliche dovrebbero confluire? Non è forse questo il dettato costituzionale, che indica chiaramente il compito della Repubblica, cioè di tutti, non solo dello Stato, di rimuovere gli ostacoli che impediscono uguaglianza e pieno sviluppo della persona umana? Quindi, non possiamo nasconderci dietro l’alibi delle risorse economiche e della finanza pubblica.

La motivazione, in realtà, è di tipo culturale, è più nella nostra testa che nei fatti. È nella nostra difficoltà di accettare tutto ciò che ci circonda, compreso ciò che è diverso da noi, quasi fossimo noi il metro di paragone con cui misurare il mondo. E questo modo di pensare può indurre a decisioni prese sicuramente in buona fede, quali quella di istituire, come è avvenuto con alcuni Governi, il Ministero per le disabilità, come se tutti gli altri ministeri fossero per i “normali” e poi ce ne fosse uno che si occupasse dei “non normali”. Questo fatto, che potrebbe sembrare un grande passo in avanti, una grande manifestazione di sensibilità, nasconde in realtà, nei fatti, una plastica dimostrazione che siamo ancora tanto, troppo lontani dalla soluzione del problema.

La normalità non esiste. Esistono solo le persone e i cittadini, che sono tutti uguali, con gli stessi desideri e aspirazioni, con lo stesso diritto di vivere una vita dignitosa e importante, con lo stesso anelito verso la ricerca di una felicità possibile. Quando finalmente comprenderemo che i diritti, per le persone “diversamente abili”, non sono concessioni, benevolenze, atti compassionevoli di noi “normali”, ma obblighi costituzionali, impegni imprescindibili del patto sociale, allora il dettato Costituzionale potrà avviarsi verso una sua piena e completa attuazione.

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