La narrazione della disabilità. Editoriale di Fabrizio Acanfora

A cosa ci riferiamo quando parliamo di disabilità? Nella maggior parte dei casi, sbagliando, a una caratteristica psicofisica o sensoriale dell’individuo. Associamo la disabilità a una funzione fisica, sensoriale o mentale perduta o mai posseduta; descriviamo la persona secondo una serie di deficit che immediatamente si trasformano in limiti. In pratica, definiamo le persone con disabilità in base a ciò che non possono fare.

Una visione come quella appena descritta si basa su un’idea deficitaria della disabilità, figlia di un modello medico riabilitativo che la vede come un attributo della persona. Ma in questo modo si responsabilizza l’individuo della propria disabilità. Se ho un quoziente intellettivo inferiore a 70, se a seguito di un incidente ho perduto un arto, allora quella verrà interpretata come la mia disabilità. Usare questo modello al di fuori del proprio ambito di applicazione, che è quello clinico, rischia però di bloccare quella che invece potrebbe essere un’evoluzione della società verso una convivenza costruttiva di tutte le differenze che caratterizzano l’esperienza umana, inclusa la diversità fisica, psichica, sensoriale e neurologica.

Raramente però ci domandiamo che ruolo abbia la società nella disabilitazione di alcuni suoi membri. Ma a partire dagli anni ’70 del secolo scorso, in seno ai movimenti per i diritti delle persone con disabilità, nasce quello che viene definito come modello sociale. Con un cambio repentino di prospettiva, esso ci spiega come la disabilità sia il risultato dell’interazione tra una persona con determinate caratteristiche psicofisiche o sensoriali e una società che invece si è strutturata intorno a un modello ideale di persona che ha altre caratteristiche. La disabilità non è quindi nell’individuo bensì nelle barriere che ne impediscono l’accesso a una reale parità di opportunità in ogni area della vita, dallo studio al lavoro al tempo libero.

L’errore nella visione che attribuisce alla persona disabile l’onere di doversi integrare in una società che non ne prevede l’esistenza, deriva dalla scarsa rappresentatività delle persone disabili nella narrazione che la società fa di sé stessa e degli individui che la compongono.

La visione della disabilità è infatti ancora troppo spesso filtrata dallo sguardo della maggioranza non disabile. E così descriviamo questa condizione usando stereotipi che la dipingono come un’eterna sofferenza (infatti diciamo spesso di una persona che soffre di una disabilità) o che rappresentano la persona con disabilità come “speciale”, quasi fosse un angelo.

Più spesso però descriviamo la disabilità come un ostacolo da superare, un limite. Quante volte abbiamo visto video, foto o assistito a discorsi in cui le persone disabili vengono descritte come fonte di ispirazione per la maggioranza, sottolineando che così come sono non vanno bene, che per essere accettate dalla società devono dimostrare di superare quelle che invece sono semplici caratteristiche.

Il discorso sulla disabilità ha bisogno di un rinnovamento che metta al centro la persona disabile non più come fruitrice di un’inclusione paternalistica sulla quale non ha potere decisionale, ma come parte attiva della propria vita in una società che ne garantisca con ogni mezzo il diritto di autorappresentanza e autodeterminazione, e che sappia guardare alle differenze non come difetti ma come caratteristiche, come fonte di arricchimento per una comunità realmente plurale e giusta.

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